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17 ago
2009
Plug In Baby è intraducibile
Salvato in   Narrativa    da   MH
13 giugno 2004, i Muse a Bologna. Quante altre occasioni ci saranno di averli così vicini a casa? Poche, pochissime, meglio andarci.
E così, eccomi qua, all’Arena Parco Nord, al Flippaut Rock Festival, con i piedi in un lago di fanghiglia e lo zaino a tracolla sul petto, perché fidarsi è bene, non fidarsi è meglio. Di fianco a me, la Roby. Per conquistare questi due posti in quarta fila abbiamo dovuto sorbirci tutto il concerto di Morrisey; a dispetto del suo illustre passato come frontman degli Smiths, tra una canzone e l’altra non ha fatto altro che insultare i Muse. Essenzialmente credo sia incazzato perché sono loro gli headliners, e non lui… chissà se sa che il gruppo che ha tanto denigrato ha fatto una cover splendida di una delle sue canzoni più famose!
Stiamo aspettando da un’ora e un quarto, la scenografia e gli strumenti sono pronti da mezz’ora. Si fanno desiderare, sono grandi anche per questo.
“Che ore sono?” chiede la Roby
“Dieci in punto. Speriamo che a Bellamy non salti in testa di fare il prezioso e di rifiutarsi di suonare perché gli strumenti sono accordati male”
“Lo farebbe?”
“Di solito esce sul palco, fa due note e torna dietro le quinte insultando i tecnici”.
La Roby ride e il tizio dietro di lei le scava il culo con gli occhi. Sì, devo ammetterlo, la migliore amica della mia ex è una gran bella ragazza.
Le luci dell’Arena si spengono di botto, tutte quante insieme. Il silenzio è completo, nessuno fra il pubblico si aspettava una cosa del genere. Un’entrata così scenografica.
I fari del palco si alzano, lanciando fasci di luce colorata dovunque, Chris Wolstenholme attacca col basso la cascata di note che segna l’inizio di Hysteria, e la folla esplode in un’ovazione.

Quell’uomo è un pazzo; Matthew Bellamy è matto come un cavallo da corsa. In questo preciso momento, si sta suonando la chitarra sulla testa muovendosi come un tarantolato. Chissà di cosa si è fatto prima di salire sul palco… con un’ultima plettrata chiude New Born. La folla è un unico strepito, e c’è un cinese con i capelli arancioni che mi salta sui piedi da venti minuti. A destra, c’è la Roby, con un sorriso largo da orecchio a orecchio e il braccio destro alzato.
“Ti diverti?” le urlo. Domanda scontata
“Sì! Grazie per avermi convinta!”
“Te l’avevo detto che era meglio questo che una notte intera in discoteca!”.
Ride, e mi stringe un braccio.
Dopo una meravigliosa accozzaglia di suoni che non sono note, Bellamy si getta sull’isterica scalata iniziale di Plug In Baby. Ogni accordo è una pugnalata al cuore, mi ricorda la fine della mia storia con la Totti; e forse è per questo che è una delle canzoni che mi piace di più. La Roby mi guarda, conosce il significato che io attribuisco a questa canzone: in realtà è una sorta di visione futurista di un ibrido donna-chitarra, ma per me racconterà sempre del dolore per la fine di qualcosa di importante. La fine della felicità. Dal braccio passa alla mano. E’ una stretta confortevole, non mi fa sentire solo.
I’ve exposed your lies, baby
the end of me it’s no big surprise
La Totti, quella sera in quel pub, al mare, quel discorso sull’inevitabilità di certe cose, sul concetto di destino. Quella Guinness lasciata a mezzo.
Now it’s time for changing
and cleansing everything
to forget your love
La Roby. Occhi verdi, pelle rossa, gialla, blu, bianca, nera, luci stroboscopiche. Labbra sottili, denti perfetti di un sorriso consolante. Dimenticare, cancellare, erase, delete, reset. Buio. Felicità.
My Plug In Baby
crucifies my enemies
when I’m tired of giving
La Totti. I suoi occhi, il suo nasino perfetto, il suo piccolo sorriso, le sue manine affusolate. Le sue preoccupazioni, le sue cure, il suo starmi vicino.
My Plug In Baby
in unbroken virgin realities
is tired of living
Quella Guinness che ho finito io. Amara e scura più del solito.
Don’t confuse
maybe you’re going to lose your own game
Teorie pessimistiche, nichilismo, universi che implodono, dei che muoiono. Autodistruzione.
change me, replace the envying
to forget your love
A chi chiedere aiuto? Ai ricordi? A chi soffre? A chi ci fa soffrire? O a chi non ci conosce?
My Plug In Baby
crucifies my enemies
when I’m tired of giving
Totti. Nemici crocifissi, Nirvana, libri, Guinness, felicità.
My Plug In Baby
in unbroken virgin realities
is tired of living
Roby. Cambio. Scordare il passato. Reset. Cercare un senso, una via d’uscita. Abbandonare il nulla, la felicità sperata e non voluta.
Il crescendo finale della canzone arriva, insieme agli acuti mostruosi di Bellamy.
And I’ve seen your loving
mine is gone
Brividi nelle orecchie, sulle braccia, nel cervello. La bacio. Le labbra si toccano, si conoscono, si esplorano, si fondono, come le note di basso e chitarra.
and I’ve been in trouble
wooaahhhh!
Dopo il critico urlo finale in falsetto, la canzone chiude con le stesse note schizzate di apertura, in un mescolio di sentimenti: dolore, brividi, conforto. La guardo negli occhi, e nulla è più senza risposta.

Il finale metal di Stockholm Syndrome coincide con le ultime pulsazioni delle luci di scena. Poi rimane il buio e il pubblico che urla. In un ultimo spasimo di luce, Bellamy rovescia l’amplificatore della chitarra, ci appoggia il microfono e regala un ultimo, folle assolo. Poi se ne va, lasciando la chitarra a fischiare per i fatti suoi sul palco.
Usciamo, le scarpe zuppe di fango, i pantaloni incrostati fino a metà polpaccio. La Roby si ferma a uno stand e compra una maglietta dei Muse. Ho l’impressione che le starà un po’ larga, ma tanto è la sua. Chiamo un taxi, e mentre aspettiamo la bacio di nuovo.
“Andiamo a casa di Bebe, adesso?” chiede mentre le tengo il viso con le mani
“Sì”
“Chi c’è là?”
“Non lo so”.
Bebe non è voluto venire al concerto, ma si è offerto di ospitarmi. Non so se avrà altri ospiti.
“Comunque ho le chiavi, entreremo senza problemi”.
Arriva il taxi.
Saliamo, la strada è abbastanza lunga. Mi allunga un paio di baci e una carezza, ma niente di più. Siamo arrivati. Scendiamo, pago e apro il cancello. L’appartamento è al primo piano e la porta si apre con uno scrocco. Al diavolo, è solo mezzanotte. Non c’è nessuno. Piazziamo gli zaini in una delle stanze e facciamo un giro. Nel secondo matrimoniale ci sono dei vestiti, e anche nei due singoli.
“C’è Fede” dico
“Fede!” esclama la Roby con un po’ troppa gioia
“Sì, questa è la sua valigia, la riconosco. In Inghilterra era sempre in mezzo ai coglioni”.
La Roby ride una di quelle risate che si fanno sui difetti di chi piace. Non è una sorpresa, lo sapevo già da prima.
“Va beh, lo chiamo”. Tira fuori il cellulare e se lo attacca all’orecchio. Questo no che non me l’aspettavo. Parla un po’, ridacchiando di tanto in tanto. Credo di non averla mai vista così divertita come stasera.
“E’ molto lontana Piazza Malpighi?” mi chiede una volta chiusa la telefonata
“Insomma. Saranno quattro o cinque chilometri buoni”. Prende di nuovo il telefonino e chiama un taxi. Nel frattempo, si cambia. Quando esce di casa fa ancora più figura che al concerto, sprizza classe da tutti i pori. Mi saluta con un bacio sulla guancia e se ne va. Rimango solo, a chiedermi perché cavolo la migliore amica della mia ex se n’è appena andata.

Dopo la doccia, decido di guardare un po’ di TV, ma non c’è niente, solo gli exit-pool delle elezioni. Rovisto un po’ fra le cose di Bebe, e l’unico CD decente che trovo è Enema of the State, dei Blink-182. Lo metto nello stereo e spingo play.
E’ appena finita Adam’s song quando la porta si apre. Entrano i miei amici, Bebe in testa.
“Ciao” mi saluta allungandomi una piccola pacca su un braccio. Dopo di lui ci sono Bobo, Abbo, Fede e la Roby. Ci sparpagliamo per le camere, e la prima ad andare a lavarsi è la Roby. Fede mi si avvicina, e mi dice:
“Hai cinque minuti?”. Così, rieccomi nel mio ruolo di confessore del mondo, seduto in cucina con Fede.
“Allora?”
“E’ fantastico” mi dice “davvero fantastico”
“Perché?” non lo sopporto quando vuole tirarla per le lunghe “Sputa il rospo”
“Stasera sono andato con la Roby”. Pausa.
“Eh?”
“L’ho baciata, come devo dirtelo? In arabo?”.
Mi scappa da ridere, ma non sarebbe cortese farglielo proprio in faccia. Mi trattengo.
“Bella Fede, finalmente ci sei riuscito”.
Dice qualcos’altro, ma non lo ascolto veramente. Mi sto solo chiedendo che cosa ci faccio qui.

Sono a letto, a fissare il soffitto da dieci minuti. E’ quasi tutto buio, si sente solo il rumore di Abbo che fa la doccia. Arriva la Roby, con solo una maglietta lunga fino alle ginocchia indosso. Si stende qui a fianco. Cerca di mantenere un respiro controllato, un po’ tesa. Mi ricorda la Totti quando si infilava sotto le lenzuola, solo che lei indossava, generalmente, una delle mie camicie. Credo voglia darmi qualche spiegazione; ma non la voglio. Non mi dà fastidio quello che ha fatto con Fede, era giusto così. Era sbagliato baciare me. Non sono geloso, arrabbiato o chissà cosa… solo perplesso.
Mi alzo ed esco dalla camera. Vado in cucina, apro il frigorifero e prendo la seconda birra di un cartone da quattro. Birra, l’unica cosa che sei sempre sicuro di trovare a casa di Bebe. Vado in terrazza e ci trovo proprio lui, seduto nel silenzio con una bottiglia in una mano e la sigaretta nell’altra.
“Guardatelo, l’incarnazione del vizio” commento “ti manca una ragazza fra le gambe e saresti l’immagine perfetta della perdizione”.
Ride, mentre mi siedo vicino a lui.
“Com’è andato il concerto?”
“Bene. Per quanto riguarda i Muse, bene”.
Scuote la testa, sorridendo.
“Sei andato con la Roby, vero?”
“Come fai a saperlo?”. Ma conosco già la risposta; è il mio migliore amico.
Restiamo un po’ qui, con le gambe appoggiate sul parapetto di uno delle migliaia di balconi di Bologna, che, come tutte le grandi città, non dorme mai; cambia solo il suo respiro. E’ caldo stasera, e nelle orecchie mi fischia ancora la chitarra di Bellamy. Plug In Baby. Avrei voglia di chiamare la Totti… ma per dirle cosa poi? Che ho baciato la sua migliore amica? Meglio di no. E allora eccola la risposta. E allora eccola la domanda.
“Sai cosa significa Plug In Baby?” chiedo a Bebe
“Cosa significa cosa?”
“Plug In Baby. Voglio dire, sai cosa significa letteralmente?”
“No”
“Non significa nulla; non vuole dire nulla; è intraducibile. Sono tre parole senza senso. Ecco la verità: Plug In Baby non significa nulla”.

 

In caso qualcuno volesse togliersi lo sfizio di ascoltare la canzone, vi propongo il link di un live su youtube: http://www.youtube.com/watch?v=DtVaqQETf_g&feature=related

 

 



Commenti:
2 Commenti postati in "Plug In Baby è intraducibile"
mendez il 18 settembre 2009 alle 14:23

Premetto che non è il genere di storia che mi piace leggere normalmente ma, visto che sono a casa, leggo davvero di tutto. Penso sia scorrevole, anche se un pò fitto nel tratto alternato di testo e canzone, e l’idea di una cronaca parallela agli avvenimenti, come stile narrativo, è una scelta originale. Se mi permetti, però, non capisco dove volevi andare a parare, a parte l’ovvio tema amoroso e di problematiche adolescenziali…


MH il 27 settembre 2009 alle 15:06

Odio “spiegare”, e non perché ritenga di aver scritto in maniera talmente chiara da non aver bisogno di aggiungere altro, ma perché credo che un bravo scrittore dovrebbe già spiegarsi da sé nei suoi testi. Comunque, aldilà di questo, ti rispondo volentieri, se non altro perché sei stato l’unico a voler lasciare un commento!
In realtà, non volevo andare a parare da nessuna parte… come hai detto tu stesso, è profondamente adolescenziale, e quello che volevo esprimere allora era il senso di vuoto, la sensazione che qualsiasi sentimento (buono o cattivo che fosse) non avesse né senso né scopo. In questo senso, oltre che in senso puramente linguistico, Plug In Baby è intraducibile: è il simbolo di un sentimento che non va da nessuna parte, che non dà senso né al soffire, né allo star bene, né al cercare un facile conforto in qualcosa di più “carnale”, seppure sia solo un bacio. Non so se ora è più chiaro…


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