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Lettera aperta. Sono un uomo cui la vita molto ha tolto e molto ha dato e se dovessi fare un bilancio direi che – nonostante tutto - ho più ricevuto che dato. Condizione questa comune a tutti noi perché – per il solo fatto di esistere – siamo creditori verso…chi volete voi.
Pensavo, dopo essere stato colpito dalla Malattia di Parkinson, di aver conosciuto tutte le brutture del mondo: ma sbagliavo! Il peggio è sempre in agguato ed ha un nome che la moderna linguistica cerca di edulcorare: diversamente abile. Un tempo erano definiti portatori di handicap, e prima ancora handicappati. Quando non ero in questa situazione vivevo la vita sapendo che c’erano persone in stato di disagio ma – occupato come ero a badare ai miei interessi – come gli struzzi nascondevo la testa per non vedere. Forse perché non volevo vedere! Forse perché credevo che per i diversamente abili le cose funzionassero nel nostro Paese. E – a dire il vero – abbiamo leggi all’avanguardia, siamo di certo un Paese civile e proteso verso il bene del prossimo. Poi, qualche anno fa – come sapete – mi sono imbattuto in Mr. Parkinson, un fottuto inglese che mi sta letteralmente rompendo le scatole e che io rigetterò – di questo potete starne certi – nell’inferno da cui è venuto. Ma…c’è un ma! Ovvero il mio corpo s’è irrigidito, i miei movimenti si sono alterati e sono diventati - a volte – anche incontrollati. Il mio collo ha perso la forza muscolare per cui faccio fatica a tenere la testa anche appena solo sollevata. Ciò comporta un equilibrio precario cui sopperisco La ASL di competenza – nel mio caso la TR104 – ha certificato: soggetto con gravi difficoltà motorie, handicap grave. Signori, benvenuti nel mondo reale! Eh si! Perché ho scoperto un mondo che non conoscevo! O, meglio, che credevo di conoscere e che – invece – nulla sapevo! Ho conosciuto la discriminazione, l’umiliazione, l’essere considerato un ritardato mentale per il solo fatto di essere storto e curvo! Mi sono reso conto di quanto sia difficile – per i diversamente abili – vivere in una società che guarda al contenitore e mai al contenuto! È l’errore di molti. Forse di tutti, purtroppo. Ma è così difficile capire che una buona grappa messa in una brutta bottiglia resta una buona grappa e che una cattiva grappa messa in una bella bottiglia resta una cattiva grappa? E mi succedono cose aberranti! Ma andiamo per ordine! 1. settembre 2008, stazione ferroviaria di…omissis…, ore 07.45, binario 12, faccio per salire sulla carrozza dell’Eurostar che va a Lecce – io devo scendere ad Ancona - il Capotreno mi chiude la porta in faccia! Vado all’altra porta di accesso ma cammino piano e il treno parte. Alcuni dipendenti delle FS assistono alla scena ma – su mia specifica richiesta se testimoniano in mio favore mi rispondono di no, perché una cosa del genere porta al licenziamento del tale e che per loro la vita – in quell’ambinte di lavoro – diventerebbe impossibile. Capisco le loro difficoltà perché mi sono occupato di “diritto al lavoro” e se un lavoratore testimonia conto un altro lavoratore, ha la morte civile. Per mia fortuna ci sono dei viaggiatori che hanno assistito alla scena e si dicono pronti a testimoniare. Andiamo alla locale Polfer e mi riceve un tale il quale, appena esposto il caso, mi dice che non può prendere la denuncia. A mia richiesta di spiegazioni mi invita ad andarmene. Potrei fare casino, citare gli articoli di legge che lo sprovveduto ha infranto, potrei….potrei…ma decido di vedere dove arriva la stupidità umana. Vado allora – coi miei testimoni – all’ufficio reclami delle FS e una distinta signora raccoglie il mio racconto e mi licenzia dicendomi che se fossi arrivato prima potevo salire da un’altra parte. Colpa mia. Le faccio notare che ero in orario e per tutta risposta mi invita ad andarmene. I miei testimoni sono delusi ed uno di loro mi dice che cose del genere succedono tutti i giorni. A questo punto telefono ad…omissis… , ex direttore del…omissis… e – dal 2005 – direttore de…omissis…, il quotidiano di…omissis…. Espongo il caso e mi manda un caporedattore ed un fotografo. Torniamo alla Polfer ed il “bricconcello” di prima non è più così spavaldo. Quando il giornalista gli dice chi sono si scusa con me peggiorando la sua situazione: “mi scusi professore, non sapevo fosse lei”! Gli faccio notare che deve prendere le denunce di tutti e che la mia denuncia la farò direttamente al Questore – che mi dicono stava arrivando – e che denuncerò anche lui per omissione di assistenza. Mi dice che è un padre di famiglia e gli rispondo che poteva pensarci prima. Stessa sorte alla responsabile dell’ufficio reclami FS e al capotreno dell’Eurostar: quest’ultimo sospeso dal lavoro. Questi sono solo due esempi, ma me ne sono successe di tutti i colori! È poi deprimente notare come la gente mi guarda quando entro in un locale da solo: non so se è più compassione o ribrezzo! In entrambi i casi la cosa mi da fastidio. Poi tutto passa quando comincio a parlare del più e del meno ed allora vedo il mutare l’approccio nei miei confronti. E questo se da un lato mi gratifica, dall’altro mi fa imbestialire! Io so difendermi, attaccare e distruggere! Ma chi non può? È costretto sempre a subire e non mi par giusto. Ed allora torno a fare politica – si può fare anche non occupando uno scranno – e a farla secondo un’etica morale sana. Ovvero mettere le mie possibilità – e quelle degli amici – al sevizio di chi non può difendersi. Questo è fare politica! Non blaterare del nulla in Transatlantico! Una volta chi faceva politica metteva il suo potere al servizio dei cittadini; oggi chi fa politica lo fa per avere potere! Il potere da mezzo è diventato fine e questo è la morte della politica! E di ciò siamo tutti corresponsabili: dal cittadino elettore al cittadino eletto. Prendiamo ad esempio la crisi politica del 1992 che ha generato tangentopoli e che ha generato i guasti che ancora viviamo: erano tempi in cui tutto era lecito e dovuto! Sapevamo tutti di vivere al di sopra delle nostre possibilità e tiravamo avanti essendone consci! Sapevamo che il lavoro stagnava ma ciò non ci impediva di usare i partiti come uffici di collocamento. Fino a quando il cancro della cattiva politica tutto ha distrutto. Vedete amici, il bisturi può essere il più preciso del mondo ma se disonesta è la mano che lo usa, da strumento di vita diventa strumento di morte. E io voglio 10, 100, 1.000 bisturi al servizio dei bisognosi. Mi spiego. Ora è tempo di non ricadere nello stesso errore e io desidero che quello che accade ai diversamente abili venga commisurato e riportato nel giusto alveo. L’idea è questa: creare una struttura legale, spalmata sulle province e sui grandi centri fino ai piccoli paesi, di modo che il diversamente abile vessato, si possa a essa rivolgere per avere giustizia. Si può cominciare da subito, chi è con me si faccia avanti, apriamo un ufficio virtuale ove raccogliere le istanze dei diversamente abili e picchiamo sodo. Chi mi vuol seguire in questa mia lotta di civiltà lo faccia scrivendomi in privato e se vuole anche pubblicamente. Come organizzare il tutto ce l’ho ben chiaro in mente ma lo esporrò solo se la cosa si concretizza!
Commenti:
3 Commenti postati in "Diversamente abili, portatori di handicap, handicappati: cambiamo ma non solo a parole"
olandese volante il 11 marzo 2009 alle 22:49
ho letto la tua lettera, e’ scioccante, ti mando una mail.
Massimo Vaj il 12 agosto 2009 alle 13:58
Ciao Fraser, sono oroboros, ci siamo parlati diverse volte su scrivi.com, sito dal quale me ne andai perché infastidito da alcuni utenti insopportabili. Ho lavorato parecchi anni in qualità di assistente socio-sanitario, nel raparto delle patologie più gravi dell’Istituto Don C. Gnocchi di Milano, per questo sono certo di quello che adesso dirò. Ti lascio, in questo commento, la linea essenziale del mio pensiero su un aspetto importante della questione da te sollevata: Siamo nel mondo dell’efficienza produttiva, della scalata al successo personale, della gomitata in bocca come mezzo e stile di vita. In questo mondo ci sono abitanti diversi uno per uno, pochi per pochi e molti per molti. Tra queste relazioni voglio osservare da vicino quella che riguarda i pochi che sono molti, perché coprono il dieci per cento della popolazione mondiale: coloro che, fino a cento anni fa, erano chiamati storpi o deficienti da una società caratterizzata da una élite di grassoni arricchiti, l’altro ieri erano definiti handicappati o portatori di handicap mentre ieri si è ricorsi al più morbido “disabili” e oggi, finalmente, al “diversamente abili”. Come si vedrà, senza sforzo, il centro della questione è stabilmente occupato, in questa latrina di definizioni categoriche, dalla necessità di essere produttivi. Un abbraccio a te, coraggioso amico, e un rinnovato ringraziamento per l’aiuto che stai dando a un mondo terrorizzato da un Ignoto che tu stai imparando a conoscere in uno dei suoi aspetti terribili, estraendone una consapevolezza la quale è, senza ombra di dubbio, la ragione per cui il nostro voler stare tranquilli ci mostra il lato scuro del volto del Mistero che vediamo, per questa necessità di dormire della nostra coscienza, nel suo essere terrificante.
Massimo Vaj il 12 agosto 2009 alle 14:34
Fuori dall’Istituto Don Gnocchi abbiamo fatto chiudere per tre mesi un bar e una gelateria per gli stessi comportamenti da te descritti, e per evitare di far chiudere tutti i tabaccai della zona dovevo andare di persona a comprare i gettoni del telefono per i miei ragazzi afflitti da sclerosi laterale amiotrofica multipla, perché venivano scambiati per eroinomani e i commessi alla ricevitoria si rifiutavano di servirli. Nel mio reparto avevo anche, oltre ai residenti fissi, trenta ragazzi e ragazze che frequentavano il corso ASPHI della comunità europea per programmatori informatici i quali erano, per la maggior parte, laureati col massimo dei voti, quando non addirittura con più lauree ognuno. Uno di loro, afflitto da una tetraparesi spastica che gli impediva di parlare chiaramente, ogni tanto ce lo riportavano in istituto i carabinieri o la polizia perché pensavano fosse un ubriaco per via della camminata miracolata e per il suo sbiascicare parole, per loro, incomprensibili . Lui mi disse che, durante il tragitto in macchina raccontava loro, col suo stile per fortuna sua difficile da interpretare, barzellette sui carabinieri e i poliziotti. Devi essere loggato per inviare un commento. |