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Giorgio Benincasa, basso di statura, una cinquantina d’anni mal portati, parecchi chili di troppo e una laurea in lettere chiusa in qualche cassetto, era di carattere timido e scontroso. Solitario, un po’ per scelta e molto per incapacità a costruire un rapporto umano, aveva per compagno di vita un cagnolino, che amava moltissimo e lasciava a malincuore nel miglior ricovero per animali della città quando doveva assentarsi per qualche giorno.
E il suo lavoro lo faceva assentare spesso. Non amava particolarmente quell’attività, ma l’accettava perché gli lasciava molto tempo libero, gli dava da vivere più che dignitosamente e gli permetteva di coltivare le sue due passioni. La prima era quella di visitare antiche città alla scoperta degli angoli più remoti. Da solo, naturalmente. Quella volta il lavoro l’aveva portato a Leida, non lontano da Amsterdam. Sapeva di essere in una cittadina antica, famosa in passato per i suoi alchimisti, per l’università e, dando fondo alle sue reminiscenze scolastiche, per un’invenzione chiamata appunto “bottiglia di Leida”. Da quel che si ricordava, aveva a che fare con la corrente elettrica, ma di questo poco gli importava. Invece molto gli interessava potersi dedicare alla seconda delle sue passioni, la più segreta e solitaria: una collezione di oggetti erotici di antiquariato che custodiva nella sua casa e cercava di arricchire con sempre nuove scoperte. Da persona colta, sapeva bene quante opere gli avi avevano contrabbandato come arte, mentre altro non era che raffinato erotismo e talvolta pornografia. Ma la morale dei secoli andati, con l’occhiuta vigilanza dell’onnipresente Chiesa pronta a invocare le fiamme dell’inferno, non consentiva altra scappatoia. Molti di quegli oggetti del passato, tele, sculture, libri e opere di artigianato si trovavano nei maggiori musei, ma se ne potevano ancora scovare in qualche mercatino di cose usate o in bottegucce di antiquariato. Proprio come quella che aveva davanti. Più che una bottega, vista da fuori, pareva un ibrido tra un suk orientale e l’incubo di un netturbino. All’interno, l’impressione rimaneva la stessa. La proprietaria gli si fece incontro e Giorgio si ritrovò incerto tra un brivido di gelo lungo la schiena e un fragoroso quanto maleducato scoppio d’ilarità. D’età indefinibile ma certamente vecchia, pareva la strega del film di Biancaneve, tranne che per il camicione grigio che ricopriva sino alle caviglie un corpo ossuto, sormontato e dominato da un naso adunco e bitorzoluto. Naturalmente teneva in braccio un gatto nero, che lo stava fissando con gelidi occhi verdi. Se fosse stato superstizioso, Giorgio avrebbe fatto gli scongiuri e, voltate le spalle, se la sarebbe svignata. Ma non lo era, o almeno, non abbastanza per apparire un maleducato, e quindi si rivolse a quella specie di megera con un sorriso e un “Buonasera, cercavo qualche cosa di particolare”. A quanto pareva, si era imbattuto in uno dei pochissimi olandesi che non parlasse inglese; questo lo capì dal miscuglio di tedesco, francese e chissà cos’altro col quale la proprietaria gli rispose. Tentarono di comunicare in tedesco o in francese, ma il vocabolario di Giorgio era troppo limitato. Stava per rinunciare e uscire quasi con una sensazione di sollievo, quando la donna lo sorprese: - Latine loqui? - Latino! Impreciso, come testimoniava quell’infinito al posto del presente, ma pur sempre riconoscibile nonostante una pronuncia dura e fortemente accentata. Rispose nella stessa lingua, che si ricordava tanto bene da tenerla viva con molte letture di classici in lingua originale, letture faticose ma ricche di soddisfazioni intellettuali. Pur con qualche difficoltà, Giorgio riuscì a far capire cosa stesse cercando e la vecchia s’illuminò mentre gli rispondeva di avere un oggetto veramente unico, che certamente lo avrebbe soddisfatto. Da una tasca estrasse una chiave e la usò per aprire la cassaforte. Poteva essere appartenuta a Creso in persona, tanto era d’aspetto antiquato, pensò Giorgio nascondendo a stento un sorrisetto. Ma quando vide ciò che la vecchia aveva estratto e gli stava porgendo con un ghigno complice, il sorrisetto sparì per lasciare il posto a un’espressione prima incuriosita e dopo addirittura attonita. Era una normale bottiglia di vetro chiaro, certamente antica per via della forma irregolare dovuta a un mastro soffiatore non particolarmente abile. Forse aveva contenuto del vino, forse un liquore. Ma non era importante ciò che vi era stato racchiuso chissà quanto tempo prima. L’importante era ciò che conteneva adesso: una statuina di donna. Bellissima, giovane, nuda. Non era un rozzo simulacro senza attrattiva e senza anima come quei velieri che spesso trovano posto nelle bottiglie, ricchi di dettagli, ma inesorabilmente privi del soffio vitale. Quella donna invece era un vero capolavoro. Appariva calda e sensuale; era come in attesa del bacio di un principe che la risvegliasse. Ma certamente non per scambiare un casto “buongiorno”. Stava infatti distesa, ad occhi chiusi e labbra socchiuse, sopra un minuscolo giaciglio ricoperto da un drappo di seta rossa. La pelle aveva quel roseo naturale così a lungo e invano ricercato dai pittori del rinascimento. I capelli nerissimi le scendevano con ondulazioni perfette quasi a ricoprire i seni, che appena schiacciati dalla forza di gravità, pure parevano sollevarsi in un sospiro di languore. Sopra, capezzoli bruni e turgidi chiedevano, imploravano un bacio sensuale. L’atteggiamento era sfrontatamente lascivo, una gamba leggermente flessa e l’altra lasciata scivolare oltre il bordo del letto, col piede a sfiorare il vetro. Dove le gambe lunghissime si aprivano impudiche, una mano era posata a sfiorare la rada peluria scura che non celava il prorompere carnoso di tutto ciò che fa perdere a un uomo qualsiasi ragione e ritegno. Giorgio era stupefatto, soggiogato. Non fece caso allo sguardo quasi irridente della vecchia, ma sollevò con estrema cautela quell’oggetto per poterlo osservare meglio alla scarsa luce che filtrava dalla vetrina. Oggetto? Faceva fatica a definirlo tale; “oggetto” significa qualcosa d’inanimato e, in quanto costruito dall’uomo, imperfetto. Ma lei, sì “lei” era il termine giusto, sembrava viva, ed era perfetta. La vecchia gli porse una grossa lente d’ingrandimento dicendogli di guardare bene tutti i meravigliosi dettagli. Stava osservando il volto della ragazza, i lineamenti decisi ma estremamente graziosi, quando gli parve di vedere le sue labbra fremere. Osservò meglio: non c’era dubbio, si stavano schiudendo, e subito apparve la lingua che, con un moto estremamente sensuale, percorse tutto il labbro superiore per poi tornare a scomparire. Le labbra però restarono atteggiate a un sorriso invitante. E gli occhi, improvvisamente socchiusi, lo fissavano. Per poco non lasciò cadere la bottiglia. Invece la lente gli sfuggì di mano e s’infranse al suolo, a pochi centimetri dal gatto nero che in un balzo scomparve tra le ombre della bottega. - Ma… ma si è mossa! - Nell’emozione si era dimenticato di parlare in latino, ma la vecchia pareva aver capito ugualmente. Annuì sorridendo e gli strizzò l’occhio. Era impossibile, si era lasciato suggestionare, quella vecchiaccia aveva saputo creare un’atmosfera quasi surreale. Tornò a guardare, infatti gli occhi e le labbra erano tornati esattamente com’erano al primo sguardo. Ma la bellezza e il fascino di quell’oggetto, anzi no, di “lei”, erano indiscutibili. Doveva averla. Il prezzo richiesto era stranamente ragionevole e lo pagò senza la minima esitazione, aggiungendoci un piccolo extra per la lente rotta. La vecchia preparò con cura un imballo, usando una scatola di legno da champagne riempita di paglia e applicandovi un rozzo manico di corda. -”Parva sed apta…”. Cave noctem! - lo salutò con un sogghigno. Giorgio stette un momento sulla porta cercando di capire il significato nascosto di quella frase finale: attento alla notte? Strano commiato. Poi concluse che probabilmente la megera voleva solo recitare la sua parte sino all’ultimo. - Gratias tibi ago - rispose, facendo tintinnare la campanella della porta del negozio. Fuori era calata la notte e per qualche inconscia ragione Giorgio si sentì angosciato ed eccitato allo stesso tempo. Non vedeva l’ora di tornare nella sua casa per potersi gustare in pace e solitudine il suo nuovo acquisto. “Lei” dopotutto gli aveva sorriso.
Il maresciallo Lopresti non ci capiva un accidenti. Anzi, più ci pensava e meno riusciva a capire. Eppure i fatti all’inizio parevano banali: l’abbaiare insistito di un cane durava da molti giorni, e i vicini si erano insospettiti, oltre che scocciati. Poi qualcuno si era ricordato che quel tale un po’ strano, Benincasa, non si vedeva in giro da più di una settimana. Di per sé non era insolito, ma quel tipo non lasciava mai il cane da solo per tanti giorni. Quando si assentava, spariva anche l’animale, probabilmente lasciato in qualche ricovero. Qualcuno aveva provato a suonare alla porta, senz’altra risposta che nuovi guaiti. Così avevano chiamato i Carabinieri. Dopo aver appurato che dall’interno giungeva solo l’abbaiare disperato del cane, e dopo aver parlato coi vicini, si era deciso di entrare e controllare se fosse successo qualche cosa di strano, un malore, o peggio. Ma la porta era blindata, antisfondamento. I carabinieri avevano chiamato i pompieri perché portassero la scala ed entrassero da una finestra. Non era stato facile, anche la serranda aveva un sistema che ne impediva il sollevamento, ma alla fine era stata semplicemente demolita a colpi di ascia e il vetro era stato rotto. I pompieri avevano rabbonito il cane con una buona razione di carne e una ciotola d’acqua. L’animale, un piccolo bastardino bianco e nero, si era accucciato accanto a un tavolino, mugolando piano. Ma da quel momento era nato il problema che stava facendo perdere la testa al maresciallo. I pompieri avevano riferito di aver trovato tutte le finestre sbarrate, le chiavi sul mobiletto dell’ingresso, la porta chiusa dall’interno non solo con le mandate della serratura, ma pure con un chiavistello, uno di quelli che non si possono aprire dall’esterno. Con ogni evidenza il proprietario si era chiuso in casa e nessuno ne era più uscito. Ma, eccetto per il cane, in casa non c’era anima viva. E nemmeno morta. Semplicemente, la casa era deserta. Assodato che il cane non avrebbe potuto inserire il chiavistello e sbarrare le finestre, Lopresti si era reso conto di essersi imbattuto nel più classico degli enigmi polizieschi: il delitto della stanza chiusa. Accidenti, proprio a lui doveva capitare. Ne aveva lette molte versioni, la letteratura gialla che gli piaceva tanto ne era piena: un assassino astuto e ingegnoso compiva un omicidio in un luogo chiuso dall’interno e poi spariva senza lasciare traccia, mentre gli investigatori impazzivano, alle prese con un rompicapo apparentemente insolubile. Ma qui la cosa era ancora più complicata, maledizione. Non solo c’era una stanza chiusa dall’interno, non solo non c’erano tracce che potessero portare all’assassino, ma era persino sparito il cadavere. Ammesso ci fosse mai stato un cadavere. - Signor maresciallo, ha visto che strana collezione? - L’appuntato indicava la grande parete della sala, carica di dipinti di ogni dimensione accomunati dall’essere tra il piccante e l’osceno. - Ci sono pure quelli, guardi in quelle vetrine, tutti quei fermacarte a forma di cazzo. - - Fallo, - corresse Lopresti - si dice “oggetti fallici”. Ristallo impara, mica puoi scrivere “cazzo” sul rapporto. Poi non ci sono solo quelli, c’è un sacco di altre cose strane, ma sempre e comunque hanno a che fare col sesso. - Sì udì un guaito prolungato. Lopresti diede uno sguardo al cane ancora accucciato davanti al tavolino, lo sguardo triste. - Ristallo, il cane, mica possiamo lasciarlo qui. Chiama quelli della protezione animali, che vengano a prendersi ’sto povero cristo.- - Signorsì, chissà cosa gli è preso al cane, da quando siamo entrati è lì, in adorazione di quella bottiglia… a proposito, ha visto cosa c’è dentro?- Il maresciallo diede un altro sguardo alla bottiglia posta in orizzontale sopra un supporto. L’aveva notata subito e già osservata per bene. Un altro oggetto molto particolare. - Ho visto, ho visto, è chiaro che fa parte di questa collezione, un oggetto erotico come gli altri.- - Accidenti maresciallo, due che fottono… mi scusi, copulano, giusto? Dentro una bottiglia. Ma si è mai visto? E poi, un pezzo di gnocca come quella, cavalcare in quel modo un ometto tanto più vecchio. E lui che se ne sta beato, con quel sorriso cretino, sdraiato a panza in su e le mani su quelle belle chiappe… scusi, natiche. Lo guardi, avrà quasi sessant’anni. Roba da pervertiti.- - Già, l’ho visto, è vero, roba da pervertiti - rispose distrattamente il maresciallo, osservando la foto del passaporto ritrovato sul comodino della stanza da letto. Era perplesso. Pervertito o no, doveva capire che fine avesse fatto quel tipo. Il nome non gli diceva nulla. La foto nemmeno. Eppure… - Ristallo! Io questa faccia l’ho già vista da qualche parte. Fa controllare se il Benincasa aveva precedenti.- Il cane intanto continuava a guaire. Non capiva perché il suo padrone ancora non tornasse da lui. Eppure non era lontano.
Commenti:
9 Commenti postati in "La bottiglia di Leida"
gricio il 19 marzo 2009 alle 00:20
Bravo davvero, complimentissimi. Per un lettore di fantascienza e/o similari non è una novità (potrei citare i vecchi racconti dello zio Tibia, mitico fumetto anni 70 con storie di E.A. Poe e altri); ma il tuo racconto è scritto con cura, avvince e tiene incollato il lettore sino alla fine. Bellissima la descrizione di lei nella bottiglia. Insomma bravo.
massimolegnani il 19 marzo 2009 alle 11:12
indubbiamente originale e ben condotto, ml
baccarat il 19 marzo 2009 alle 18:05
Ottimo brano, molto ben strutturato e scorrevole alla lettura. I complimenti maggiori, però, vanno alla fantasia che ti ha portato ad immaginare una simile storia. Azzeccatissimi i dialoghi tra Lopresti e Ristallo che fanno sorridere. Forse avrei evitato la battuta alla fine sui precedenti di Benincasa perchè, a mio parere, sa troppo di “barzelletta sui carabinieri”.
Cecil il 19 marzo 2009 alle 19:36
complimenti per la scrittura e l’inventiva. Man mano che leggevo mi sono chiesta in che modo ti saresti discostato dal classico mistero della rue morgue e devo dire che hai trovato una soluzione originale.
baribal il 19 marzo 2009 alle 19:59
gricio, massimo, baccarat, cecil.
PE for friends il 26 marzo 2009 alle 17:35
a momenti facevo la fine di Benincasa e mi trovavano dentro al pc: è talmente avvincente, scritto bene ( e scritto in piccolo, mannaggia) che sono stata tutto il tempo col naso a 2 cm dal monitor.
baribal il 26 marzo 2009 alle 22:22
Ma tu, dimmi la verità, fai la radiologa? Hai radiografato perfettamente il mio raccontino, hai scovato pulci e pulcini, mi hai dato suggerimenti preziosi.
olandese volante il 07 maggio 2009 alle 11:00
questo racconto e’ semplicemente splendido, rivela una fantasia notevole e mi piace moltissimo il cambio di scena che fai: quando gia’ mi stavo chiedendo cosa sarebbe successo quella notte risolvi splendidamente introducendo “il dopo” e l’arrivo dei carabinieri. Ben scritto, hai uno stile che incolla al racconto.
Massimo Vaj il 16 agosto 2009 alle 20:30
Sì, mi è piaciuto, nonostante ne abbia intuito l’epilogo appena comparso il maresciallo Lopresti, ma dipenderà dalla passione per l’horror che avevo da ragazzo. Hai uno stile piacevole e raffinato di raccontare che conduce chi legge ad aspettarsi, in mezzo a tanto garbo, una tragedia. Devi essere loggato per inviare un commento. |